Iran, la protesta si consolida e la repressione si inasprisce mentre la comunità internazionale osserva
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Redazione Esteri
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Le strade dell’Iran, per il quindicesimo giorno consecutivo, sono di nuovo teatro di una mobilitazione popolare che, sfidando il blackout informativo decretato dalle autorità, non accenna a placarsi nonostante la risposta sempre più violenta degli apparati di sicurezza. Fonti interne al paese, difficili da verificare in modo indipendente a causa della chiusura quasi totale della rete internet, parlano di ospedali ormai sopraffatti dall’afflusso di feriti, molti dei quali colpiti, secondo quanto riferito da personale medico, da proiettili veri sparati a distanza ravvicinata. Un bilancio, quello delle vittime, che appare tragico e in continua evoluzione, con le organizzazioni non governative che segnalano numeri in rapida ascesa: da una stima iniziale di 65 decessi si è passati, nell’arco di poche ore, ad almeno 116 persone uccise, tra le quali figurerebbero, secondo quanto riportato da una nota agenzia statunitense che monitora i diritti umani, anche sette minorenni.
Il regime risponde con la forza e innalza il livello di guardia
Di fronte a una protesta che pare aver superato le dimensioni di un episodio circoscritto per assumere i contorni di un malessere diffuso, la reazione del establishment iraniano è stata immediata e durissima, caratterizzata non solo dall’impiego letale della forza ma anche da minacce esplicite verso i manifestanti, cui è stata ricordata la possibilità di applicare la pena capitale. La guida suprema, da parte sua, ha alzato pubblicamente il livello di allerta interno, paragonando la situazione attuale, per gravità, a quella vissuta durante gli anni della guerra. Una mossa, questa, che segnala come il potere percepisca la sfida come particolarmente seria e come intenda chiudere qualsiasi spazio di dissenso con un pugno di ferro, facendo leva anche su arresti di massa – si parla di oltre 2.600 detenzioni – per disarticolare il movimento.
La dimensione internazionale e il ruolo degli Stati Uniti
La crisi iraniana, per sua natura, non può restare confinata entro i confini nazionali, attirando inevitabilmente l’attenzione e le dichiarazioni degli attori geopolitici della regione e non solo. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha espresso pubblicamente il proprio sostegno ai dimostranti, affermando che Washington è pronta ad aiutarli, senza tuttavia specificare nel dettaglio la natura di questo eventuale supporto. Una dichiarazione che si inserisce in un quadro più ampio, nel quale circolano voci non confermate – riportate da alcuni organi di stampa – secondo cui la rete satellitare Starlink sarebbe stata attivata nel paese per aggirare la censura digitale imposta dal governo, un’opzione che la precedente amministrazione aveva valutato e poi scartato per timore di compromettere canali di intelligence clandestini.
Le reazioni regionali e il nodo della sicurezza
La tensione si riverbera anche sul già instabile scacchiere mediorientale, dove le dichiarazioni del premier israeliano hanno aggiunto un ulteriore elemento di complessità. Pur riconoscendo che le rivoluzioni “si fanno meglio dall’interno”, ha infatti lanciato un monito chiaro sulle possibili conseguenze di un eventuale attacco iraniano verso Israele, definendole “terribili”. Teheran, dal canto suo, ha replicato alle dichiarazioni statunitensi con toni altrettanto netti, avvertendo che a qualsiasi intervento armato degli USA sarebbe seguita una pronta risposta. Mentre il bilancio delle vittime continua a salire e la repressione prosegue, la situazione in Iran rimane quindi altamente volatile, sospesa tra la determinazione di chi chiede un cambiamento e la ferrea volontà di chi intende preservare lo status quo a qualsiasi costo.




