Ospedale Ruggi di Salerno, video choc in pronto soccorso: la direzione apre un’inchiesta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sullo schermo di un telefono, poi rimbalzato di chat in chat fino a diventare di dominio pubblico, la sequenza di immagini che ha gettato un’ombra inquietante sui corridoi del pronto soccorso dell’azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Nel filmato, la cui diffusione è partita dal podcast Super Salerno dell’associazione “Figli delle chiancarelle” per essere poi rilanciata dalla pagina “Nessuno tocchi Ippocrate”, si vedono alcuni individui — il cui abbigliamento lascia presumere si tratti di operatori sanitari — mentre inscenano veri e propri sketch di fronte a quello che, a tutti gli effetti, viene fatto passare per un finto cadavere. Le frasi che si sentono, in un italiano mischiato a dialetto, sono di una volgarità inaudita: si scherza pesantemente sul Corpo irrigidito, con chiari doppi sensi sessuali e termini come “il morto s’è ‘ntustat”, e si simula un massaggio rianimatorio spostando però l’attenzione su zone anatomiche che nulla hanno a che fare con le procedure di soccorso.

Non c’è solo l’oltraggio alla dignità dei defunti, in quelle immagini che durano pochi secondi ma che pesano come macigni. C’è anche la trasformazione di un luogo di cura — di per sé già così complesso e denso di sofferenza — in una sorta di set improvvisato dove la goliardia sconfina nell’irresponsabilità più totale. Oltre alla sceneggiata macabra, nel video si vedono alcuni dipendenti utilizzare i corridoi del pronto soccorso come pista per rincorrersi, e maneggiare strumenti medici per fini chiaramente ludici, lontani anni luce da quel decoro che ci si aspetterebbe da chi indossa un camice. È un vulnus, questo, che non riguarda solo l’etica personale dei protagonisti, ma che solleva interrogativi ben più ampi sulla quotidianità che si consuma all’interno di certi reparti, lontano dagli occhi dei pazienti e dei familiari. Per fortuna, da quanto si è potuto appurare dalle prime ricostruzioni, nessun malato in cura è stato coinvolto direttamente nelle riprese, ma il clima che traspare è comunque agghiacciante.

La reazione della direzione generale dell’azienda ospedaliera, una volta venuta a conoscenza del caso, non si è fatta attendere ed è stata, come prevedibile, durissima. In una nota ufficiale, i vertici del Ruggi hanno parlato di “grave discredito” gettato sulla serietà e sull’impegno di tutto il personale, sottolineando l’assoluta “irresponsabilità” degli autori del video e di coloro che ne hanno poi consentito la diffusione in rete. Ed è proprio su questo fronte che si concentra ora l’attività degli uffici preposti: è stata infatti aperta un’istruttoria interna, un vero e proprio percorso di accertamento finalizzato a identificare con precisione i soggetti coinvolti e a valutare i loro comportamenti anche ai fini di eventuali provvedimenti disciplinari. La direzione, inoltre, non esclude di procedere ulteriormente, valutando azioni giudiziarie per tutelare l’immagine dell’istituto, e si attende che anche gli ordini professionali di appartenenza dei sanitari coinvolti possano adottare le iniziative di loro competenza.

A intervenire nel dibattito, acceso sui social e non solo, è stato anche il sindacato, nella voce del segretario provinciale della Fp Cgil, Antonio Capezzuto. La posizione espressa è netta nel condannare l’episodio, definito “lontano dai doveri di diligenza e decoro”, ma al tempo stesso mira a tracciare un confine preciso. Il timore, concreto, è che l’azione dissennata di una manciata di persone possa finire per gettare ombre ingiustificate sul lavoro di centinaia di professionisti che ogni giorno, specialmente in un reparto di frontiera come il pronto soccorso, operano in condizioni di stress e pressione indicibili, con dedizione e sacrificio. Capezzuto ha parlato di una “trincea” quotidiana, fatta di turni massacranti e contatto con il dolore, che nulla ha a che vedere con certi atteggiamenti, e ha chiesto all’azienda di fare piena luce per salvaguardare la reputazione di chi, ogni giorno, mette la cura del cittadino al centro del proprio operato.

Le indagini interne e il nodo dell’uso dei social

Ora che il video è virale e che lo scalpore mediatico ha superato i confini provinciali, il lavoro degli inquirenti interni si concentra su alcuni aspetti fondamentali. Innanzitutto, capire esattamente quando quelle immagini siano state girate, e soprattutto chi abbia materialmente premuto il tasto record e chi, invece, abiti i panni dei protagonisti. Le indagini dovranno appurare se si sia trattato di un episodio isolato, di una “pausa” tra colleghi che ha tragicamente valicato il confine tra vita privata e funzione pubblica, o se invece certi comportamenti fossero tollerati in un clima di scarsa vigilanza. I filmati, che ritraggono persone con il volto scoperto e chiaramente riconoscibili, hanno sollevato un polverone anche sull’uso dei dispositivi mobili all’interno delle strutture sanitarie, un tema delicato che incrocia la privacy di pazienti e operatori e che, in questo caso, ha mostrato tutta la sua potenzialità distruttiva. L’azienda, da parte sua, ha già attivato tutti i meccanismi previsti per arrivare a una conclusione, e non si esclude che, una volta identificati, per gli autori possano scattare sanzioni esemplari, fino alla sospensione o, nei casi più gravi, alla radiazione dall’albo professionale.

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