La ritirata in Mali e l’effetto domino sull’influenza russa nel Sahel
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Redazione Esteri
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LONDRA – «Arrendetevi o morirete tutti». È questo, in sintesi, il dilemma che le forze ribelli hanno posto nei giorni scorsi a un contingente di truppe russe, schierato a supporto del governo militare di Bamako. Quella che doveva essere una storia di espansione dell’influenza del Cremlino in Africa si è trasformata, invece, in una disfatta annunciata: i soldati dell’Africa Corps, eredi sul campo del disciolto gruppo Wagner, si sono trovati davanti a una scelta che nessun esercito vorrebbe mai fare, ovvero consegnarsi al nemico o affrontare una morte quasi certa.
Il contesto di questa débâcle affonda le radici nel 2020, quando il generale Assimi Goita ruppe i rapporti con la vecchia potenza coloniale francese e con gli Stati Uniti, gettando la sicurezza nazionale nelle mani di Vladimir Putin. L’illusione era quella di sostituire un’egemonia con un’altra, più affidabile e meno incline ai dettami dei diritti umani. Oggi, tuttavia, la popolazione di Kidal – la città simbolo del nord – non esce di casa. L’avanzata dei jihadisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jnim) e dei separatisti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla) ha spazzato via le certezze della giunta. L’alleanza tra i ribelli, sebbena accomunati da obiettivi diversi, ha dimostrato una capacità operativa inedita, riuscendo a colpire l’aeroporto della capitale e a conquistare basi strategiche senza che i paramilitari russi sparassero un colpo.
La fuga dall’oro e la caduta di Tessalit
Non si trattava solo di garantire la stabilità politica, almeno stando alle accuse che circolano tra gli analisti occidentali. L’interesse di Mosca, è stato più volte ribadito, era (e rimane) fortemente legato alle risorse estrattive del Paese, il terzo produttore di oro in Africa. La “fuga” dei mercenari non è stata quindi solo una scelta tattica per salvare la pelle, ma una ritirata che ha messo in luce le reali priorità del contingente. Se i soldati dovevano proteggere le arterie minerarie, la loro improvvisa scomparsa dal teatro di guerra lascia supporre che quelle stesse risorse siano ormai irraggiungibili o oggetto di un tacito rinegoziato con i nuovi padroni del territorio.
L’ultimo capitolo di questa rotta riguarda la città di Tessalit, dove si trovava una delle basi militari più fortificate vicino al confine algerino. Dopo Kidal, anche questa piazzaforte è caduta in mano ai ribelli: l’esercito regolare e i russi si sono dileguati, e la conquista – avvenuta senza scontri – suggerisce che il collasso del fronte nord sia una realtà compiuta. La reazione di Bamako? Per ora, il silenzio e la proclamazione dello “stato di emergenza”, anche se la realtà sul terreno parla di un vuoto di potere che i gruppi armati stanno riempiendo metro dopo metro.
Le crepe nell’alleanza tra Bamako e il Cremlino
Eppure, ciò che più fa male al sogno africano di Putin non è solo la perdita di terreno, ma l’accusa di tradimento che comincia a serpeggiare nei palazzi del potere maliano. Fonti vicine alla giunta hanno definito l’abbandono di Kidal come una “pugnalata alle spalle”. Sembra infatti che i funzionari locali avessero avvisato i russi con largo anticipo dell’imminenza dell’attacco; la replica, però, è stata l’inerzia o, peggio, l’organizzazione di una sortita concordata.
Questo episodio rappresenta un duro colpo per la propaganda del Cremlino, che negli ultimi anni aveva costruito la propria narrativa sui successi militari fulminei e sull’affidabilità come alternativa agli occidentali, ritenuti inaffidabili. Se Mosca non riesce a proteggere le giunte amiche da colpi di Stato o offensive jihadiste, la sua credibilità nell’intera regione del Sahel – inclusi Burkina Faso e Niger – rischia di sgretolarsi.
Il nodo europeo e il rischio di instabilità regionale
Mentre i generali di Goita tentano di riorganizzare una difesa ormai allo sbando, l’ombra dello Stato Islamico (anche se non ufficialmente egemone in questa fase) torna a minacciare il quadrante. La rapida avanzata dei qaedisti del Jnim, che ora controllano ampie porzioni del confine con l’Algeria, rappresenta un serio pericolo non solo per i regimi autoritari dell’area, ma anche per la sicurezza dei confini meridionali dell’Europa. Lo si è visto negli anni scorsi: quando il deserto diventa un vuoto militarizzato, i traffici di esseri umani e di armi trovano terreno fertile.
In questo quadro, le conseguenze della ritirata di Tessalit e Kidal avranno ripercussioni che vanno ben oltre la semplice perdita di una città. L’intera architettura di sicurezza costruita da Mosca a suon di rubli e granate sta mostrando tutte le sue crepe, lasciando il Mali in balia di una guerra totale che, chissà, potrebbe ridefinire gli equilibri geopolitici dell’intero continente.




