Al Green espulso dalla Camera durante il discorso di Trump: il cartello “I neri non sono scimmie” e il video sugli Obama
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Redazione Esteri
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Non erano ancora trascorsi due minuti dall’inizio del discorso sullo stato dell’Unione, e Donald Trump aveva appena cominciato a elencare i presunti successi della sua amministrazione – parlando di un’America “più grande, più ricca e più forte che mai” – quando l’attenzione dell’aula è stata improvvisamente catturata da un cartello bianco, scritto a mano in stampatello, che spuntava tra i banchi dei democratici -1. Il deputato del Texas Al Green, settantanove anni, un bastone appoggiato al ginocchio e lo sguardo fisso verso il podio, aveva esposto un foglio con una scritta chiara e inequivocabile: “I neri non sono scimmie!” -2. Il riferimento, per chi lo avesse colto, non era certo casuale, ma si collegava direttamente a un video pubblicato all’inizio del mese sul profilo Truth Social del presidente, un fotomontaggio che ritraeva l’ex presidente Barack Obama e l’ex first lady Michelle Obama come primati in una giungla, un’immagine che aveva suscitato polemiche bipartisan e che era stata poi cancellata, sebbene senza alcuna scusa formale da parte della Casa Bianca -5-6.
La scena, a quel punto, è rapidamente degenerata in un fugace ma intenso parapiglia parlamentare, destinato a ripetere, per il secondo anno consecutivo, l’espulsione del rappresentante texano dall’aula. Mentre il presidente Trump proseguiva il suo discorso con una pausa di cortese distacco – limitandosi a un secco “grazie” quando l’ordine fu infine ristabilito – diversi deputati repubblicani hanno tentato fisicamente di bloccare la protesta silenziosa di Green -2. Il leader della maggioranza Steve Scalise, entrando nella camera, aveva già cercato di strappargli il cartello dalle mani, e una volta iniziata la seduta, i senatori Markwayne Mullin e Roger Marshall hanno provato a porsi davanti al segno per nasconderlo alle telecamere e allo sguardo del presidente -2. Ma è stato durante l’accompagnamento forzato all’uscita che la tensione è davvero montata: Al Green, scortato dal sergente d’arme, agitava il suo cartello verso i banchi repubblicani dove il deputato Troy Nehls, anche lui texano e fedelissimo di Trump, ha tentato più volte di afferrarlo, allungandosi nel corridoio mentre i colleghi lo trattenevano e il coro “U.S.A.!” intonato dai conservatori cercava di coprire ogni possibile dissenso -2-5.
Non è la prima volta che Green viene allontanato con la forza durante un discorso del presidente, e questa reiterazione della protesta indica una precisa strategia di rottura del cerimoniale. Lo scorso marzo, quando Trump aveva parlato a una sessione congiunta del Congresso, il deputato era stato cacciato per aver urlato contro il presidente, accusandolo di non avere alcun “mandato” per tagliare il Medicaid -3. In quell’occasione, il suo era stato un gesto rumoroso e solitario, che gli era valso una censura formale della Camera -1. Stavolta, la scelta del silenzio e del cartello è apparsa ancora più studiata, anche perché arrivava dopo che i leader democratici, incluso Hakeem Jeffries, avevano esortato i colleghi a partecipare al discorso in segno di “silenziosa disobbedienza” e a evitare gesti che potessero distogliere l’attenzione, mentre oltre venticinque deputati avevano addirittura disertato l’evento per partecipare a un comizio alternativo sul National Mall -1. Green, tuttavia, ha evidentemente ritenuto che il richiamo alla dignità offesa da quel video razzista, condiviso e poi rimosso dal presidente, fosse più forte delle indicazioni di partito, e ha scelto di piantare quel cartello come un chiodo fisso nella liturgia dello Stato dell’Unione.
L’ombra del video rimosso e la reazione dei repubblicani
Il contenuto della protesta, che ha scatenato la reazione quasi compulsiva dei deputati repubblicani nel tentativo di rimuovere il foglio dalle mani di Green, si basava su un episodio preciso e recente, che la Casa Bianca aveva tentato di archiviare come un errore del personale. Il video incriminato, della durata di sessantadue secondi, mostrava immagini generate dall’intelligenza artificiale con i volti degli Obama sovrapposti a corpi di scimmie, ed era stato pubblicato su Truth prima di essere cancellato -5. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva inizialmente difeso la pubblicazione bollandola come un banale meme ispirato al Re Leone e invitando a smetterla con le “false indignazioni”, salvo poi giustificarne la rimozione come un errore di un collaboratore che non avrebbe notato i fotogrammi finali -5-6. Tuttavia, la reazione fisica e immediata dei parlamentari repubblicani durante il discorso – con Scalise che cerca di strappare il cartello, Nehls che si lancia per afferrarlo e Fallon che, pur trattenendo il collega, bolla l’accaduto come “vergognoso” – ha mostrato quanto quel nervo scoperto fosse ancora sensibile, e quanto il partito fosse determinato a non lasciare che l’immagine del presidente venisse offuscata da quella scomoda associazione -1. La rimozione forzata di Green, un ex giudice di pace e storico attivista per i diritti civili, è stata dunque rapida e decisa, suggellata dai canti patriottici e dagli applausi di chi vedeva in quel gesto di espulsione non un atto dovuto, ma una vittoria politica da celebrare in diretta televisiva.
Un atto di disobbedienza solitaria e le sue conseguenze
Al Green, che rappresenta il nono distretto del Texas dal 2005 e che vanta un passato da presidente della sezione di Houston della NAACP, ha lasciato l’aula senza opporre resistenza fisica ma con la dignità di chi ha compiuto un atto che riteneva doveroso -3-7. Mentre veniva condotto verso le porte, il suo cartello ancora in mano, lo si poteva vedere scambiare parole tese con i colleghi repubblicani, un ultimo scambio di fuoco prima di scomparire dai riflettori -1. Non ha gridato, non ha inscenato plateali cadute, ma la sua uscita ha rappresentato una crepa nel racconto unitario che ogni amministrazione cerca di costruire intorno a un discorso sullo stato dell’Unione. E se lo scorso anno il suo allontanamento era stato motivato dalla difesa della sanità pubblica e dalla critica ai tagli di bilancio, quest’anno il movente era ancora più radicato nella storia personale del deputato e nella sua lunga battaglia per i diritti civili, una battaglia che lo ha visto introdurre articoli di impeachment già nel 2017 e che lo ha reso uno dei più coerenti oppositori di Trump fin dal primo giorno -3-9. Una volta fuori dall’aula, lontano dalle telecamere ufficiali, Green ha ribadito con calma il senso di quel gesto, spiegando che il presidente sembrava non aver ancora capito quanto quel comportamento fosse inaccettabile, e che qualcuno doveva pur farglielo presente, anche a costo di essere trascinato fuori -5.
La liturgia interrotta e il silenzio eloquente
L’intera sequenza, dall’esposizione del cartello all’espulsione, è durata pochi minuti, un battito di ciglia in un discorso che si preannunciava lungo e denso di promesse, ma quei minuti hanno raccontato più di molte parole lo stato di profonda spaccatura che attraversa il Campidoglio. Il presidente, dal podio, ha atteso con pazienza che la piccola folla di deputati e inservienti si placasse, per poi riprendere il filo del suo ragionamento come se nulla fosse accaduto, quasi che l’allontanamento di un parlamentare di colore che protestava contro un’immagine razzista fosse un incidente di percorso trascurabile -2. Eppure, mentre Green varcava la soglia, nei banchi democratici è calato un silenzio diverso da quello coreografato che era stato richiesto dai leader, un silenzio che forse raccontava l’imbarazzo di non aver saputo o voluto fare altrettanto, o forse la convinzione che altre forme di lotta, fuori da quelle mura, fossero più efficaci. Il deputato texano, con il suo bastone e il suo cartello artigianale, ha rotto l’incantesimo per un pugno di secondi, e per quello è stato allontanato, ma la domanda su quell’immagine di scimmie rimaste impunemente appese alla bacheca social del presidente è rimasta, inesorabile, a galleggiare nell’aria del Congresso.




