Italia-Turchia 2-3, l’Europeo sfuma al tie-break: le Azzurre si fermano sull’orlo del triplete
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Redazione Sport
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La festa per il possibile triplete, quello che avrebbe trasformato un biennio memorabile in qualcosa di epocale, si è spenta tra il boato del palazzetto di Istanbul e il dispiacere di un secondo set che sembrava già scritto e invece è stato riscritto punto su punto dalle mani di Melissa Vargas.
L’Italia della pallavolo femminile, campionessa olimpica e mondiale in carica, esce dalla finale degli Europei con la medaglia d’argento al collo e con la sensazione, per certi versi paradossale, di aver giocato meglio della Turchia per larghi tratti della partita, ma di aver perso la partita che contava davvero, quella che vale il titolo continentale e che avrebbe chiuso il cerchio su un ciclo dominante.
La sconfitta per 3-2, con parziali che hanno raccontato di un’altalena emotiva impressionante, lascia l’amaro in bocca a Julio Velasco e alle sue ragazze, consapevoli di aver avuto nelle proprie mani l’occasione per chiudere i conti già dopo tre set e di essersela invece lasciata scivolare via, complice una gestione del momento cruciale che ha premiato la resilienza turca e la freddezza sotto pressione della sua stella cubana naturalizzata.
Il secondo set che cambia la storia: un vantaggio dilapidato
Se si cerca un tornante decisivo di questa finale così combattuta, lo si trova senza troppe esitazioni nel secondo parziale, quello che le Azzurre hanno letteralmente dominato per poi farsi rimontare e infine strappare dalle mani di una Turchia che sembrava ormai fuori dai giochi. L’Italia, forte dell’1-0 maturato nel primo set con una certa autorità, aveva preso il largo nel secondo, costruendo un margine di vantaggio che, in una partita di così alto livello, equivaleva quasi a un’assicurazione sulla vittoria del set.
E invece, come spesso accade quando la posta in palio è altissima e l’avversario è di quelli che non mollano mai, quel vantaggio si è trasformato in un peso, in una gabbia mentale dalla quale le ragazze di Velasco non sono riuscite a uscire. Gli errori, prima lievi e poi sempre più marchiani, hanno cominciato a fioccare: un attacco sbagliato, una ricezione imprecisa, una battuta che finisce in rete.
La Turchia, trascinata dall’urlo del proprio pubblico e dalla presenza ingombrante di Vargas, ha annullato lo svantaggio punto su punto, fino a superare le avversarie e portarsi a casa un parziale che sulla carta non avrebbe mai dovuto vincere. Quel set perso, con tutti i rimpianti che si porta dietro, ha cambiato l’inerzia psicologica del match, consegnando alle turche la fiducia necessaria per credere nell’impresa e mettendo le italiane di fronte a un nemico improvvisamente più temibile: la propria ansia.
L’equilibrio spezzato e la resilienza turca nel segno di Santarelli
Dopo il pareggio della Turchia, la partita è entrata in una fase di equilibrio sostanziale, con le due squadre che si sono alternate a tratti nel controllo del gioco, ma con la sensazione che l’Italia, nei momenti cruciali, non riuscisse più a esprimere quella pulizia tecnica che l’aveva resa grande nei tornei precedenti. Il terzo set ha visto ancora una volta le Azzurre provare a ricacciare indietro le avversarie, e per lunghi tratti ci sono anche riuscite, mettendo a nudo le difficoltà di una Turchia che sembrava aver speso molte energie nella rimonta.
Eppure, ogni volta che l’allungo sembrava decisivo, ecco che la formazione di Daniele Santarelli trovava le energie per riagganciarsi, per restare lì, a un passo, pronta a colpire quando l’occasione si fosse ripresentata. E l’occasione, nella volata finale del set, è arrivata puntuale: ancora una volta qualche punto di troppo concesso, ancora una volta la ricezione che tremava, e la Turchia ne approfittava per piazzare il controbreak che valeva il set e il sorpasso nel punteggio dei parziali.
Sul fronte opposto, il tecnico marchigiano Daniele Santarelli, già vincitore dell’Europeo nel 2023 e artefice della rinascita della nazionale turca, ha dimostrato ancora una volta di saper leggere le partite nei momenti caldi. La sua gestione delle sostituzioni, la capacità di tenere alta la concentrazione del gruppo anche nei momenti di difficoltà e di aver plasmato una squadra che non molla mai, sono state la chiave di volta di una rimonta che sa di impresa.
E se è vero che il fattore campo ha giocato un ruolo non secondario, con il pubblico di Istanbul a spingere le sue beniamine come un sesto uomo in campo, è altrettanto vero che la Turchia ha saputo costruirsi la vittoria con le proprie mani, non rubando nulla ma conquistando il titolo con la forza della resilienza e della qualità.
Vargas e l’incubo italiano: un’altra finale decisa da una fuoriclasse
Difficile parlare di questa finale senza dedicare un capitolo a parte alla prestazione di Melissa Vargas, l’opposto cubano naturalizzato turco che ha letteralmente preso per mano la sua squadra nei momenti più difficili, trasformando ogni palla difficile in un punto pesantissimo.
La sua potenza in attacco, la capacità di trovare angoli impossibili e la freddezza nei momenti decisivi hanno fatto la differenza, soprattutto nel tie-break dove l’Italia ha provato a restare aggrappata al sogno ma ha dovuto cedere il passo alla forza straripante di una giocatrice che, serata dopo serata, sta diventando uno dei volti simbolo di questo ciclo vincente della Turchia.
Per le Azzurre, invece, la serata si è rivelata più complicata del previsto: Paola Egonu, come spesso le capita, è stata il terminale offensivo principale, firmando punti di pregevole fattura e tenendo a galla la squadra quando il gioco si faceva duro, ma ha anche pagato dazio in termini di precisione, con qualche errore di troppo che in una partita così equilibrata pesa come un macigno.
La regia ha funzionato a tratti, la difesa ha fatto il suo dovere, ma la sensazione complessiva è che a mancare sia stata quella continuità di rendimento, quella capacità di gestire i momenti di tensione senza perdere la bussola, che è sempre il vero discrimine tra le grandi squadre e quelle che vincono. Non si possono però buttare via i tre quarti di partita giocati ad altissimo livello, né dimenticare che questa squadra viene da due vittorie storiche come l’Olimpiade e il Mondiale, e che l’argento europeo, per quanto bruci, non cancella quanto di buono costruito in questi anni.
L’Italia ha dimostrato di avere le qualità per battere chiunque, ma ha anche mostrato, in questa occasione, un limite mentale che le è costato il titolo.
Un futuro che guarda a Los Angeles 2028: l’argento come punto di partenza
Il rammarico, al termine di una partita così combattuta, è inevitabilmente grande, e le immagini delle giocatrici italiane a testa bassa dopo l’ultimo punto del tie-break raccontano tutto il dolore di un’occasione mancata. Ma lo sguardo, come spesso accade in questi casi, deve già proiettarsi avanti, verso i prossimi impegni e verso quel percorso che porterà alle Olimpiadi di Los Angeles 2028, il traguardo che questo gruppo ha dichiarato di voler inseguire con tutte le proprie forze.
La sconfitta di Istanbul, al netto dell’amarezza, può diventare un prezioso insegnamento: un monito a non abbassare la concentrazione, a non dare nulla per scontato, a gestire con maggiore lucidità i momenti cruciali delle partite che contano. La Turchia, dal canto suo, ha dimostrato di essere una rivale temibile, non solo per il talento individuale ma anche per la forza del gruppo e per la capacità di crescere sotto pressione.
E quel che è successo in finale, con l’Italia che ha dominato a tratti ma ha perso la partita, è la prova che nel volley di altissimo livello la differenza la fanno dettagli, spesso quasi impercettibili, ma che pesano come macigni. Per l’Italia di Velasco, il percorso è ancora lungo e pieno di insidie, ma la base tecnica e umana su cui fare affidamento è di primissimo ordine, e questo argento, per quanto possa sembrare un paradosso, potrebbe rivelarsi la scintilla giusta per ripartire con ancora più fame e determinazione.
Il triplete non è arrivato, e la delusione è palpabile, ma questa nazionale ha già dimostrato in passato di saper rialzare la testa dopo le sconfitte e di trasformare le cadute in trampolini di lancio per nuovi successi.
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