Il caro-auto causato dalla crisi in Medio Oriente, Federcarrozzieri stima un rincaro medio di 1.450 euro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Medio Oriente, innescata dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026, ha prodotto effetti immediati e dirompenti su un’economia globale già provata da anni di crisi, e il settore automobilistico, per la sua natura di industria globalizzata e ad alta intensità energetica, si trova tra i comparti piú esposti alla nuova ondata di turbolenze. Al di là del rincaro della benzina, che rappresenta solo la manifestazione piú visibile e immediata della tensione sui prezzi, l’intera filiera, dalla produzione alla distribuzione, sta affrontando uno shock complesso. La decisione dell’Iran di bloccare il transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del commercio marittimo globale, ha di fatto interrotto una delle arterie vitali per i flussi energetici e logistici del pianeta. Le compagnie di navigazione, di fronte all’impossibilità di attraversare quel tratto di mare, sono state costrette a deviare le proprie rotte, allungando i viaggi di dieci o quattordici giorni via Capo di Buona Speranza, con un conseguente impatto esponenziale sui costi di trasporto e sui tempi di consegna, e questo scenario di incertezza, come segnalano diversi analisti, rischia di perdurare e di cronicizzarsi.

L’alluminio e l’energia, il doppio morso che stringe i listini

Le ripercussioni sull’industria automobilistica italiana, secondo l’analisi condotta da Federcarrozzieri, si tradurrebbero in un aggravio medio di 1.450 euro sul prezzo di un’automobile nuova, nell’ipotesi in cui le tensioni dovessero persistere e indurre i costruttori a ritoccare i listini del 5%. Il presidente dell’associazione, Davide Galli, ha spiegato come il pericolo maggiore non risieda soltanto nell’ascesa delle quotazioni di petrolio, gas ed energia, elementi che da soli basterebbero a sconvolgere i bilanci, ma anche e soprattutto nell’impennata del prezzo dell’alluminio, un metallo la cui lavorazione richiede un dispendio energetico enorme e che costituisce in media il 15% del peso di una vettura moderna, e la cui quotazione, complici le medesime tensioni geopolitiche e il blocco navale, ha raggiunto i livelli piú alti degli ultimi quattro anni, sfiorando i 3.500 dollari a tonnellata. Questo incremento si ripercuote a cascata su tutta la componentistica, dalle carrozzerie ai telai, rendendo piú onerosa la produzione di ogni singolo esemplare, ma non è tutto: l’aumento del prezzo del greggio impatta direttamente anche sui costi di vernici e solventi, che sono derivati del petrolio, e sui processi di essiccazione nei forni, alimentati a loro volta da fonti energetiche il cui prezzo è in vertiginosa ascesa.

Riparazioni piú care e l’effetto domino sulle assicurazioni

Se l’aumento del costo delle auto nuove rappresenta una barriera all’acquisto per molti consumatori, il caro-ricambi e l’incremento delle tariffe per le riparazioni colpiscono indistintamente tutti gli automobilisti, anche quelli che non hanno intenzione di cambiare veicolo. Le officine, e in particolare le carrozzerie, si trovano a dover fare i conti con bollette di luce e gas che, secondo simulazioni condotte da consorzi come l’Ape di Cna, potrebbero subire rincari medi rispettivamente del 58% e del 70% nel secondo trimestre dell’anno, una stangata che per una piccola impresa del settore si tradurrebbe in centinaia di euro aggiuntivi ogni mese. A questo si aggiunge il costo maggiore dei pezzi di ricambio, la cui produzione è ugualmente dipendente dall’energia e dalle materie prime il cui prezzo è lievitato, come l’alluminio e le materie plastiche. Questo combinato disposto, come sottolinea Federcarrozzieri, non può che tradursi in un aggravio dei costi per i consumatori che si rivolgono a un’officina, e il fenomeno, per un effetto a catena inevitabile, finisce per riverberarsi anche sul costo delle polizze RC auto: le compagnie di assicurazione, dovendo far fronte a sinistri la cui riparazione è divenuta piú onerosa, sono costrette a ritoccare al rialzo i premi richiesti agli assicurati, chiudendo cosí il cerchio di una crisi che appare sistemica.

La logistica in ginocchio e il nodo dei semiconduttori

Oltre agli aspetti puramente energetici e delle materie prime, a preoccupare gli analisti è il caos logistico che si sta generando nell’area del Golfo Persico, un nodo cruciale non solo per il petrolio ma anche per il trasporto di merci e componenti finiti. Il porto di Jebel Ali a Dubai, uno dei principali hub per la distribuzione di veicoli in Medio Oriente e per il transhipment di merci dirette in Europa, ha subito interruzioni operative a causa della caduta di frammenti di un missile intercettato, e molte compagnie di navigazione hanno sospeso le prenotazioni o ridotto i servizi verso quegli scali, aggravando ulteriormente la stretta sulla capacità di trasporto. Se a questo si aggiunge che il perdurare della crisi rischia di rimettere in discussione anche le fragili rotte del Mar Rosso, da cui si stava timidamente tornando a transitare dopo la crisi precedente, il quadro è quello di un settore dei trasporti marittimi costretto a ripensare completamente le proprie tratte con tempi e costi destinati ad aumentare in modo strutturale. E in un’industria come quella automobilistica, che vive sulla consegna just in time dei componenti, un ritardo di due settimane può significare lo stop delle linee di produzione, con un impatto che dagli stabilimenti si propaga fino alle concessionarie e ai listini, e senza dimenticare, poi, che molti componenti essenziali, come alcuni semiconduttori e le terre rare per i motori elettrici, potrebbero vedere interrotte le proprie catene di approvvigionamento proprio a causa del blocco navale, gettando un’ombra ulteriore su un futuro che appariva già incerto.

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