AI, manager Microsoft parla di “più grande furto di lavoro”
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il manager di Microsoft Brent Hecht ha definito l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale il “più grande furto di lavoro nella storia dell’umanità”, una frase contenuta in documenti emersi nella causa avviata dal New York Times contro Microsoft e OpenAI. La dichiarazione riguarda l’utilizzo di grandi quantità di contenuti online per costruire sistemi di AI generativa e riapre il confronto sul rapporto tra sviluppo tecnologico, diritto d’autore e lavoro creativo.
Le parole di Hecht sono state rese note attraverso atti depositati nel procedimento giudiziario che vede contrapposti il New York Times, Microsoft e OpenAI. La disputa riguarda l’utilizzo di articoli giornalistici e altri materiali protetti da copyright nei processi di addestramento dei modelli linguistici, con gli editori che contestano l’uso dei loro contenuti senza accordi specifici.
Gli atti processuali riportano anche la posizione dell’avvocato degli editori Steven Lieberman, secondo cui le prove raccolte dimostrerebbero che Microsoft e OpenAI erano consapevoli delle conseguenze delle loro scelte. Le aziende tecnologiche sostengono invece che l’utilizzo dei contenuti per addestrare i modelli rientri nelle regole del fair use previste dal sistema giuridico statunitense.
La controversia non riguarda soltanto la fase di addestramento dei modelli, ma anche gli effetti economici prodotti dagli strumenti basati sull’intelligenza artificiale. I documenti emersi nel procedimento mostrano discussioni interne sul rischio che gli assistenti AI possano ridurre il traffico verso i siti degli editori, modificando il rapporto tra chi produce informazione e chi utilizza quei contenuti per sviluppare nuove tecnologie.
Il tema del cosiddetto “doom loop” dell’intelligenza artificiale nasce proprio da questa preoccupazione: meno visite ai siti giornalistici potrebbero significare meno ricavi per gli editori e, allo stesso tempo, una riduzione della quantità di contenuti originali disponibili per alimentare i futuri sistemi generativi. La questione coinvolge un settore già segnato dalla trasformazione digitale e dalla crescente dipendenza dalla distribuzione online.
Il caso New York Times contro Microsoft e OpenAI si inserisce in una serie più ampia di controversie sul rapporto tra intelligenza artificiale e proprietà intellettuale. Editori, autori e aziende tecnologiche si confrontano sulla definizione dei limiti dell’utilizzo automatico dei contenuti, mentre i tribunali statunitensi sono chiamati a valutare il confine tra addestramento dei modelli e sfruttamento commerciale delle opere protette.
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