Re Carlo da Trump alla Casa Bianca: cerimonia e parole per ricucire lo strappo
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Redazione Esteri
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La visita di Stato che si è svolta ieri alla Casa Bianca, con re Carlo III e la regina Camilla ospiti di Donald e Melania Trump, ha offerto l’immagine di un’alleanza sottoposta a una pressione inedita. Sebbene il protocollo sia stato rispettato nei minimi dettagli – dalle 21 salve di cannone ai trecento militari in parata, fino alla banda dei Marines che ha eseguito «God Save the King» –, il clima che aleggiava sul magnolio piantato da Andrew Jackson era ben più complesso di quanto lasciasse intendere il cerimoniale. A raccogliere il sovrano britannico, infatti, non c’era solo il presidente degli Stati Uniti, ma anche il rancore accumulato in oltre un anno di presidenza Trump, segnato da frizioni commerciali, dallo scontro sulla guerra in Iran e da dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti del premier Keir Starmer.
Un discorso misurato e una cerimonia da manuale
Trump, che in passato non ha mai lesinato critiche pubbliche all’operato del governo laburista, si è invece attenuto scrupolosamente al testo preparato per l’occasione. Paragonando gli Stati Uniti a un albero piantato dagli inglesi – «gli americani non hanno amici più intimi dei britannici» –, ha evitato quelle battute a sorpresa che spesso mettono in imbarazzo i suoi alleati. La first lady Melania e la regina Camilla, entrambe vestite di bianco con cappelli a larghe tese, hanno partecipato alla missione diplomatica con un’eleganza che sottolineava, visivamente, la ritrovata unità. Tuttavia, proprio la scelta di chiudere il successivo bilaterale nello Studio Ovale lontano dai microfoni dei giornalisti ha tradito la fragilità del rapporto: una misura precauzionale, quella di escludere la stampa, per scongiurare il rischio di qualche scivolone o di una diretta troppo esplicita delle divergenze.
L’ombra delle tensioni e il tempismo della visita
A rendere l’incontro ancora più delicato è stato il contesto immediato. La visita è arrivata a pochi giorni da un episodio che ha scosso Washington – la sparatoria durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca – e mentre circolavano indiscrezioni su un presunto ripensamento americano riguardo al sostegno storico per la sovranità britannica sulle Falkland. Non solo: le rivelazioni del nuovo ambasciatore britannico Christian Turner, il quale aveva definito la «relazione speciale» una realtà del passato, hanno aggiunto un ulteriore strato di imbarazzo a un appuntamento già di per sé complesso. In questo senso, l’invito a palazzo non è stato solo un gesto di cortesia, ma un’operazione di cucitura precisa: Carlo III si è trovato nella posizione di dover rassicurare Washington senza tradire gli interessi di Londra.
Il discorso al Congresso come atto formale
Prima della cena di gala, il re si è rivolto al Congresso a camere riunite, un evento che non accadeva dai tempi di sua madre, Elisabetta II, nel lontano 1991. Nel suo intervento, Carlo ha scelto di non entrare nel merito delle scottanti questioni sui dazi o sulla Nato, preferendo un registro storico: ha parlato di «riconciliazione e rinnovamento», sottolineando che, anche in disaccordo, le due sponde dell’Atlantico hanno sempre trovato il modo di collaborare. Una scelta lessicale, quella del sovrano, che mira a spostare l’attenzione dalle divergenze contingenti – come quelle sul conflitto in Iran – ai valori democratici che hanno cementato la relazione negli ultimi 250 anni. Dopotutto, come hanno più volte ripetuto i portavoce, la visita serve a celebrare l’indipendenza americana, senza dimenticare che il nemico di ieri è diventato l’alleato di oggi.




