Bologna, la verità oltre il labirinto
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Redazione Interno
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Quarantatré anni dopo, la strage del 2 agosto 1980 continua a interrogare la memoria collettiva, nonostante la giustizia abbia ormai tracciato un percorso chiaro, anche se doloroso. La bomba che squarciò la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200, non fu un incidente, né l’atto di un singolo folle. Fu un delitto pianificato, eseguito da terroristi neofascisti e orchestrato da menti che agivano nell’ombra.
I nomi degli esecutori materiali – Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini – sono noti, così come quelli dei mandanti: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Le sentenze definitive, passate in giudicato, hanno chiuso il cerchio giudiziario, ma non quello storico. C’è chi, soprattutto in certi ambienti politici, vorrebbe riaprire il caso, sminuirne la portata o persino negarne la matrice eversiva. Ma i fatti, come dimostrano le indagini e le condanne, parlano un linguaggio inequivocabile.
La dinamica dell’attentato, ricostruita nei dettagli, non lascia spazio a dubbi. L’esplosivo non proveniva da una fuga di gas, come qualcuno provò inizialmente a insinuare. Le tubazioni sotto la sala d’aspetto, dove la bomba esplose con ferocia calcolata, erano intatte. Non c’erano caldaie né depositi di combustibile, solo un terrapieno che amplificò l’effetto devastante. La tecnica usata, la scelta dell’ora e del luogo, tutto indicava un atto terroristico volto a seminare morte e terrore.
Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, fu identificato come uno dei finanziatori e organizzatori. La sua rete, che si intrecciava con servizi deviati e settori dello Stato, rappresenta il lato più oscuro di una strategia della tensione mai davvero sopita. Le sentenze hanno accertato i collegamenti tra gli esecutori e questi poteri occulti, ma molte domande restano senza risposta. Quanto sapevano le istituzioni? Chi altro era coinvolto?
Un’intervista al giudice Francesco Caruso, presidente della Corte d’assise nel quinto processo sulla strage, avrebbe potuto gettare luce su alcuni di questi interrogativi. Ma l’incontro, previsto per approfondire le indagini e le condanne, è stato rimandato. "I tempi non consentono di affrontare la questione con la dovuta serenità", ha spiegato. Un silenzio che pesa, in un Paese dove la verità, soprattutto quando scomoda, fatica ancora a emergere.




