Un drone “straniero” nel cielo di Lettonia: l’alleanza abbatte un ordigno che poi si scopre non essere russo
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Redazione Esteri
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L’incidente, verificatosi nei primi giorni della settimana nella regione orientale della Lettonia, ha messo in moto la macchina bellica della Nato con una prontezza che solo le minacce percepite come imminenti sanno scatenare: caccia francesi, impegnati nella missione di sorveglianza dello spazio aereo baltico, hanno intercettato e abbattuto un drone che aveva violato la frontiera. L’ordigno, secondo quanto inizialmente diffuso dai canali ufficiali, rappresentava l’ennesimo episodio di pressione ibrida da parte di Mosca.
La realtà, emersa solo a fatti compiuti con un certo imbarazzo da parte del comando alleato, è però più sfumata e imbarazzante per chi aveva già puntato il dito contro il Cremlino. Il velivolo, stando alle ricostruzioni successive, era di fabbricazione ucraina.
L’elettromagnetismo come alibi e la guerra delle narrazioni
La narrazione ufficiale, però, non cambia di una virgola l’attribuzione della colpa, anzi: nel comunicato con cui il comando delle forze alleate ha confermato l’abbattimento, si precisa che l’operazione è avvenuta “a seguito di una guerra elettromagnetica russa”. In altre parole, se il drone era ucraino, la responsabilità della sua deriva nei cieli lettoni sarebbe comunque da ascrivere alle contromisure elettroniche messe in campo da Mosca.
Si tratta di una spiegazione tecnica che, se da un lato giustifica l’errore di valutazione iniziale, dall’altro rivela la complessità di una guerra in cui i confini diventano labili, e dove un ordigno può cambiare “nazionalità” a seconda della convenienza politica del momento. Resta il fatto che la popolazione locale è stata messa in allerta, con le autorità che hanno invitato i cittadini a rifugiarsi al chiuso, mentre i caccia della missione Baltic Air Policing scattavano in aria per neutralizzare la minaccia.
Esercitazioni su larga scala e il fronte diplomatico congelato
Questo episodio si inserisce in una fase di altissima tensione, ulteriormente surriscaldata dall’avvio delle imponenti manovre aeree Ramstein Flag 2026. Oltre duecento velivoli, appartenenti a una coalizione di 18 nazioni, stanno operando in queste ore in uno spazio che va dalla Norvegia alla Spagna, con un’attenzione particolare al fianco orientale dell’Alleanza.
La vicinanza di queste esercitazioni – che prevedono centinaia di sortite giornaliere e l’impiego di tecnologie avanzate come i caccia di quinta generazione – ai confini russi è stata letta da Mosca come una provocazione diretta, tanto che il portavoce del Cremlino ha assicurato l’adozione di “tutte le misure necessarie” per garantire la sicurezza nazionale.
E mentre i militari si addestrano, il fronte della diplomazia arretra ulteriormente: al vertice di Londra, i leader di Ucraina, Regno Unito, Francia e Germania avevano provato a tracciare le linee guida per una “pace giusta e duratura”, ponendo come condizioni un cessate il fuoco immediato e garanzie di sicurezza vincolanti.
Mosca respinge le condizioni di Londra e alza il tiro verbale
La risposta di Mosca, prevedibile nella sostanza ma dura nella forma, non si è fatta attendere. Le condizioni emerse dalla capitale britannica sono state liquidate come “irricevibili” da Dmitry Peskov, il quale ha aggiunto una notazione amara sull’impossibilità di trovare un accordo con quello che ha definito “il regime di Kiev”. Una chiusura totale che sembra lasciare poco spazio a scenari diversi da quello di un prolungamento del conflitto, nonostante l’apertura ufficiale di Zelensky a un negoziato diretto.
La sensazione, osservando i movimenti sui due fronti, è che la guerra stia entrando in una fase pericolosamente fluida, in cui la linea di demarcazione tra incidente e provocazione appare sempre più sottile. La decisione di abbattere un drone che – si è scoperto – non era nemmeno del nemico designato, ma di un alleato, rischia di normalizzare una soglia di intervento che in passato sarebbe stata considerata inaccettabile.
E mentre i caccia pattugliano i cieli del Baltico, la tensione si sposta anche più a sud, dove la Romania continua a gestire l’emergenza dei frammenti di droni caduti sul suo territorio a seguito degli attacchi russi contro i porti ucraini sul Danubio.
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