Il pugnale “stile Sandokan” e l’inchiesta su Pamela Genini: Dolci si difende, il Ris cerca la verità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le indagini sulla profanazione della salma di Pamela Genini, un caso che aveva scosso profondamente la provincia bergamasca per la crudezza del gesto, continuano ad avanzare lungo il crinale delle prove scientifiche. Dopo la perquisizione effettuata la scorsa settimana nell’abitazione di Francesco Dolci, l’unico indagato per vilipendio di cadavere e profanazione di sepolcro, i carabinieri hanno rinvenuto e sequestrato un oggetto che ora finisce al centro di ogni possibile scenario investigativo: un pugnale dalla lama ricurva, immediatamente ribattezzato dai media come “stile Sandokan” per la sua foggia vistosa ed esotica. L’arma, che lo stesso Dolci ha sempre sostenuto di non aver mai visto prima («Mai vista prima, me ne sarei accorto», ha ripetuto in più occasioni, anche durante le sue apparizioni televisive), è stata infatti inviata ai carabinieri del Ris di Parma. Gli esperti del reparto investigazioni scientifiche dovranno ora stabilire, attraverso un’analisi minuziosa, se su quella lama – o sull’elsa, o in qualunque interstizio – siano ancora presenti tracce biologiche riconducibili alla giovane vittima.

Un kukri nepalese o un pugnale tibetano? L’incertezza sull’arma sequestrata

La difesa di Dolci tra apparizioni televisive e l’ipotesi della messinscena

Francesco Dolci, che abita a Sant’Omobono Terme, in valle Imagna, non ha mai smesso di parlare pubblicamente. Anzi, da quando è stato formalmente iscritto nel registro degli indagati – il 6 maggio, per la precisione – ha scelto di non sottrarsi ai riflettori, continuando a rilasciare interviste e a presenziare nei talk show. Il suo atteggiamento, a tratti spavaldo, si riassume in una sorta di autodifesa mediatica che non ha precedenti recenti in cronaca giudiziaria. «Qualcuno vuole incastrarmi», ha dichiarato riferendosi al pugnale ritrovato nella sua proprietà. Secondo la sua versione, l’arma sarebbe stata nascosta in casa sua da terzi, proprio per gettare su di lui ombre inquietanti. «Mai vista prima», ha ripetuto con una sicurezza che non ha mai vacillato, neppure quando gli è stato chiesto conto della difficoltà logistica di introdurre un oggetto del genere in un’abitazione senza che il proprietario se ne accorgesse. La sua filosofia di vita – «male non fare, paura non avere» – sembra reggere al punto che, nonostante ogni nuova apparizione aumenti il rischio di inciampare in contraddizioni, lui continua a occupare il suo spazio televisivo senza filtri.

Il Ris di Parma al lavoro: tracce biologiche e compatibilità morfologica

A decidere la direzione delle indagini non saranno le parole – nemmeno quelle ripetute con apparente calma – ma le analisi dei carabinieri del Ris. Il pugnale sequestrato è stato inviato al reparto di Parma, dove i tecnici procederanno a due ordini di verifiche. Il primo, il più immediato, riguarda l’eventuale presenza di tracce biologiche: sangue, tessuti, frammenti cellulari, qualsiasi elemento possa essere entrato in contatto con la lama. Il secondo, altrettanto delicato, consiste nella compatibilità morfologica tra il colpo inferto al cadavere e le caratteristiche fisiche dell’arma. I medici legali avevano parlato di un taglio netto, eseguito con un oggetto affilato e rigido. Il kukri, o il pugnale di origine orientale sequestrato a Dolci, possiede una curvatura che potrebbe aver prodotto esattamente quel tipo di lesione. Ma senza un riscontro diretto – un frammento di DNA, un filamento, una microtraccia – qualsiasi ipotesi resterebbe tale. Gli inquirenti, da parte loro, non si sono lasciati andare a dichiarazioni pubbliche: il silenzio è la regola, mentre il lavoro di laboratorio procede in una riservatezza che soltanto le indagini più complesse conoscono. Il mistero di Strozza – la località dove fu rinvenuta la salma violata – sembra destinato a essere dipanato solo dai referti scientifici, non dai proclami.

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