Il "consenso libero e attuale" rischia di sparire dalla nuova legge sulla violenza sessuale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il principio del "consenso libero e attuale" quale cardine unico e ineludibile per la configurazione del reato di violenza sessuale, testo che il Parlamento aveva votato all'unanimità lo scorso novembre, potrebbe essere stravolto da una proposta di modifica presentata in Commissione Giustizia al Senato. La presidente della stessa commissione, la senatrice Giulia Bongiorno, ha infatti avanzato una riformulazione delle norme che ha immediatamente sollevato aspre critiche da parte dell'opposizione e di alcuni osservatori, i quali vi leggono un pericoloso arretramento nella tutela delle vittime. Il testo, già approvato dalla Camera e la cui approvazione finale è stata di fatto bloccata dalle forze di maggioranza dopo l'intesa iniziale, rischia dunque di subire una torsione sostanziale nel suo passaggio cruciale a Palazzo Madama.

Le critiche al nuovo testo: un principio che si fa evanescente

Secondo le critiche più feroci, come quella espressa dalla deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, la proposta stravolgerebbe il principio cardine del consenso libero e ignorerebbe la realtà scientifica del freezing, quella reazione di paralisi che può cogliere una persona durante un'aggressione. La norma modificata, in particolare, stabilirebbe che "la volontà contraria all'atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso", una formulazione che secondo gli oppositori aprirebbe la strada a interpretazioni soggettive e giudiziarie rischiose. "Niente, non riescono proprio a concepire che No vuol dire No", ha dichiarato con amarezza un'esponente politica, sottolineando come si sconfessi l'accordo bipartisan raggiunto tra la premier Giorgia Meloni e la leader del Pd Elly Schlein, il quale poneva al centro proprio la necessità di un'assenza di consenso attuale per configurare il reato.

Una norma garantista per l'imputato, dicono i critici

Le reazioni si sono fatte particolarmente accese, con la deputata del Pd che ha definito la proposta "retrograda e pericolosa", in quanto indebolirebbe la protezione delle donne vittime di violenza. Analisi simili provengono anche da voci esterne al mondo parlamentare: secondo alcuni commentatori, infatti, la logica della nuova normativa mostrerebbe un approccio sorprendentemente garantista, sebbene non a favore della persona offesa. "Qui c'è una norma garantista. Garantista nei confronti di chi? Non della vittima, ma del carnefice", ha osservato un giornalista, sottolineando la contraddizione tra l'aumento dei casi di violenza sessuale e una legge che sembrerebbe ribaltare l'onere della prova. Con questa "banale inversione", si passerebbe infatti dalla necessità di accertare un consenso positivo ed esplicito alla valutazione di una volontà contraria che deve essere desunta dal contesto, un cambiamento non solo lessicale ma di prospettiva giuridica sostanziale.

Il nodo della valutazione del contesto e il blocco dell'iter

Il cuore del contendere risiede proprio nella clausola che impone di valutare la volontà contraria tenendo conto della situazione concreta, una disposizione che molti giuristi e attivisti temono possa portare a un'indagine invasiva sulla condotta della vittima piuttosto che su quella dell'aggressore. L'iter del disegno di legge, che sarebbe dovuto essere approvato definitivamente lo scorso novembre, è così rimasto sospeso a causa dei dubbi sollevati dalla maggioranza e condivisi da alcuni esperti tecnici, mentre l'opposizione accusa un voltafaccia rispetto all'intesa originaria. La discussione in Commissione Giustizia del Senato, pertanto, si preannuncia come uno snodo decisivo per il futuro della normativa sulla violenza sessuale in Italia, con il rischio concreto che il concetto di consenso, così faticosamente introdotto nel codice penale, perda di nitidezza e di forza protettiva.

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