Referendum giustizia, Michele Laforgia spiega i tre motivi per votare no
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Redazione Interno
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Nelle ultime settimane, in vista dell’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, il dibattito pubblico sulla riforma della magistratura si è spesso polarizzato attorno a slogan e semplificazioni, una deriva comunicativa contro la quale si sono schierati, seppur da opposte trincee, sia i comitati per il Sì che quelli per il No. Tra questi ultimi, la voce dell’avvocato Michele Laforgia, consigliere comunale a Bari e penalista di lunga data, ha cercato di riportare la discussione sul piano tecnico-giuridico, smontando quello che definisce un "raggiro" di fondo: l’idea, cioè, che questa consultazione abbia a che fare con l’efficienza della giustizia o con la sicurezza dei cittadini -2. La sua analisi, che muove da una critica radicale al metodo con cui il governo ha imposto il testo senza consentire modifiche in Parlamento, si concentra su tre nodi strutturali della riforma, provando a illustrare perché, a suo avviso, le modifiche costituzionali in programma rischiano di aggravare i mali che pretenderebbero di curare.
Il primo punto affrontato da Laforgia riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, tema centrale della campagna referendaria e cavallo di battaglia dei sostenitori della riforma. L’avvocato premette che la separazione in sé non rappresenta uno scandalo, ma sostiene che il problema risieda nel come viene realizzata: la riforma, modificando la Costituzione, mira a creare due Consigli superiori distinti e una divisione netta sin dal concorso d'ingresso. Il rischio, secondo il penalista, è quello di istituzionalizzare una casta di "pubblici inquisitori" completamente autoreferenziali, che disporrebbero della polizia giudiziaria e risponderebbero solo a sé stessi -1. Un modello che, a suo dire, non trova riscontro in nessun altro paese al mondo, se non in sistemi dove i pm sono dipendenti dal potere politico o non sono nemmeno magistrati -1. Laforgia, forte di quarant'anni di esperienza in aula, immagina uno scenario in cui l'aspirazione della pubblica accusa non sia più la ricerca della verità, bensì la conta delle condanne ottenute, moltiplicando il divario, anziché ridurlo, tra il potere dello Stato e le garanzie dell'individuo -3. Non solo la terzietà del giudice non uscirebbe rafforzata da questa operazione, ma la parità delle parti, uno degli slogan del fronte del Sì, ne uscirebbe a suo avviso definitivamente compromessa.
Il sorteggio dei componenti e il nodo dell'Alta Corte disciplinare
Il secondo argomento affrontato da Laforgia riguarda il meccanismo di composizione dei nuovi organi di governo della magistratura, che rappresenta forse l'innovazione più dirompente della legge di revisione costituzionale. Con lo sdoppiamento del Csm e l'istituzione di una terza autorità, l'Alta Corte per la disciplina, si verrebbe a creare un assetto che molti critici definiscono ipertrofico, destinato ad aumentare i costi e la complessità burocratica. Ma il vero elemento di rottura, sottolinea il consigliere barese, è l'introduzione del sorteggio per i componenti togati, una misura pensata per estirpare il malcostume delle correnti e delle cordate che da decenni condizionano la vita del Csm. Laforgia non esita a definire questa soluzione una "aberrazione costituzionale", perché di fatto sancirebbe l'incapacità della magistratura, unico potere dello Stato, di scegliersi i propri rappresentanti -1. Il sistema dei partiti, che pure in Parlamento produce logiche clientelari, non viene toccato, mentre per i giudici si introduce un metodo che umilia il principio della rappresentanza democratica. A nulla varrebbe, secondo questa lettura, obiettare che le correnti sono la fonte di tutti i mali: i dati delle ultime elezioni del Csm, citati da Laforgia, mostrano come una quota significativa di magistrati eletti non appartenga a correnti organizzate, a dimostrazione che il voto popolare all'interno della categoria esprime comunque una pluralità di voci -1.
Il terzo e ultimo pilastro su cui si fonda la critica del comitato per il No è l'istituzione dell'Alta Corte disciplinare, un organo esterno ai due Csm che avrebbe il compito di giudicare gli illeciti dei magistrati. Qui Laforgia individua una duplice e preoccupante contraddizione. Da un lato, la presenza nell'Alta Corte di giudici e pm vanifica, nei fatti, il principio della separazione delle carriere che pure è il cardine della riforma -1. Dall'altro, e questo è l'aspetto più grave secondo il penalista, si prevede che le decisioni di questo tribunale speciale possano essere impugnate solo dinanzi a un altro collegio della medesima Alta Corte, escludendo così il ricorso in Cassazione. Una previsione che collide frontalmente con l'articolo 111 della Costituzione, il quale garantisce il ricorso per violazione di legge contro tutte le sentenze. Si creerebbe, di fatto, un giudice speciale, in violazione dell'articolo 102, e si introdurrebbe un regime di privilegio invertito, in cui i magistrati perderebbero una garanzia fondamentale riconosciuta a tutti i cittadini -1. Per Laforgia, questa norma tradisce l'intento punitivo della riforma, il suo obiettivo reale di condizionare l'operato della magistratura minacciando provvedimenti disciplinari ogniqualvolta una decisione giudiziaria risulti sgradita alla maggioranza politica di turno, un rischio che, a suo avviso, i cittadini e i principi dello Stato di diritto non possono correre.
Le iniziative sul territorio e il fronte del No
Mentre il costituzionalista Nicolò Zanon, alla guida del comitato per il Sì, ricorda la sua esperienza al Csm descrivendo un sistema in balìa delle correnti dove venivano lottizzati persino i tavoli della buvette, i sostenitori del No si organizzano in vista della consultazione di fine marzo. Il dibattito, come dimostra la cronaca di questi giorni, non si svolge solo sui media nazionali, ma anche sui territori, dove l'approfondimento tecnico cerca di fare breccia nella propaganda. A Lecco, ad esempio, è stato organizzato un convegno all'Officina Badoni per il 26 febbraio che vedrà come relatori il procuratore generale di Genova Enrico Zucca – già pm nel processo per i fatti della Diaz del 2001 – e l'avvocato Stefano Pelizzari -4. Iniziative che mirano a illustrare i contenuti della riforma in modo articolato, cercando di andare oltre gli slogan.
Parallelamente, in provincia di Lecco, si è ufficialmente costituito il "Comitato società civile per il No", una realtà che raccoglie un fronte molto ampio e composito di associazioni e forze politiche. Hanno aderito, tra gli altri, l'Anpi, l'Arci, Libera, la Cgil, il Partito Democratico, Sinistra Italiana, il Movimento 5 Stelle ed Europa Verde, oltre a realtà come l'Auser e il Sunia -4. Un'alleanza eterogenea che si propone di coordinare le iniziative di contrasto alla riforma in sinergia con altri comitati nazionali, nel tentativo di portare ai seggi un voto che, nelle loro intenzioni, intende difendere l'assetto costituzionale disegnato dai padri costituenti, un assetto che – a loro dire – non garantirebbe privilegi alla toga, ma costituirebbe l'unico vero baluardo a protezione dei diritti di tutti i cittadini.




