Meloni a Berlino per il vertice Ucraina, nella foto con Zelensky e i leader Ue

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In una serata di dicembre che ha visto Berlino trasformarsi, ancora una volta, nel crocevia della diplomazia europea, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha preso parte a quello che viene definito il vertice per la "cena della Pace", accolta alla Cancelleria federale dal cancelliere tedesco Friedrich Merz. Lo scenario, carico di implicazioni geopolitiche, ha riunito attorno allo stesso tavolo i maggiori leader del continente e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un momento in cui le trattative per le garanzie di sicurezza a Kiev – secondo quanto riferito dallo stesso Zelensky – registrerebbero alcuni "progressi", sebbene il percorso appaia tutt'altro che lineare.

Il peso della mediazione americana e i messaggi da Mosca

La presenza degli inviati statunitensi Steven Witkoff e Jared Kushner, caldeggiata e elogiata pubblicamente da Merz per il loro lavoro "instancabile" e voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha introdotto una variabile determinante nel calcolo degli equilibri della trattativa, segnando una chiara linea di influenza Washington sull'intero processo. Di fronte a questa dinamica, che spinge nella direzione di una mediazione attiva, si sono misurati tutti i partecipanti, la premier Meloni compresa, la quale ha potuto constatare – come osservano diversi analisti – la sottile e a volte precaria distanza che separa la solidarietà verso i partner europei dalla lealtà agli alleati oltreoceano, soprattutto quando dai canali ufficiali russi giungono messaggi di avvertimento e toni minacciosi.

La fragilità dell'unità europea e le pressioni contrastanti

Il vertice, almeno nelle intenzioni dichiarate, doveva servire a rinsaldare una posizione comune di fronte alla complessità del conflitto, tentando di trovare una sintesi tra le diverse sensibilità che attraversano il Vecchio Continente. Alcuni di questi orientamenti, infatti, mostrano aperture verso Mosca, testimoniando come l'unico negoziato possibile, per chi crede in una soluzione diplomatica, debba necessariamente passare dalla dimostrazione di una coesione ferrea e da un rifiuto netto di qualsiasi cedimento unilaterale. È su questo crinale, tra la volontà di pace e la necessità di mostrarsi irremovibili, che si è giocata gran parte della partita berlinese.

La foto simbolo e il lavoro dietro le quinte

L'immagine di gruppo con Zelensky, von der Leyen e Macron, che ha fatto il giro delle agenzie, resta il simbolo più evidente di un tentativo di mostrare un fronte compatto, sebbene le discussioni nelle sale adiacenti abbiano inevitabilmente scontato il peso degli interessi nazionali e delle diverse letture della crisi. La trattativa, del resto, non riguarda soltanto il futuro dell'Ucraina ma investe direttamente la capacità dell'Europa di proporsi come un attore autonomo in uno scacchiere internazionale dove le pressioni esterne, siano esse americane o russe, condizionano in maniera significativa ogni mossa. Il lavoro, come spesso accade in queste circostanze, prosegue lontano dai riflettori, mentre i leader fanno ritorno nelle rispettive capitali per confrontarsi con le realtà domestiche e le attese dei loro cittadini.

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