Condò: “Il Milan è stata una cosa profondamente diversa da questa: è umano rimpiangerla”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il copione, ormai consunto dalla ripetizione, si riavvolge puntuale sotto la gestione RedBird. La sconfitta interna maturata ieri contro l’Atalanta – ennesimo capitolo di una primavera amarissima – ha riacceso il moviola delle contestazioni, con le curve che si svuotano ben prima del triplice fischio e la contestazione che, partita dalle stanze del potere, si allarga inesorabilmente all’intero gruppo squadra. In un’analisi a fondo pubblicata sulle colonne del 'Corriere della Sera', il giornalista Paolo Condò ha fotografato senza mezzi termini lo stato d’animo di una piazza che non riconosce più i propri simboli: “Le stagioni del Milan di RedBird finiscono sempre allo stesso modo”, scrive Condò, evidenziando come i calcoli febbrili su quale asset alienare per alimentare l’eterno meccanismo del player trading abbiano ormai preso il posto della grammatica del calcio. Parliamo anche noi, aggiunge l’inviato, il linguaggio della finanza (un gergo freddo fatto di plusvalenze e ammortamenti), ma resta l’amaro in bocca nel constatare come tutto cambi, anche se non sempre evolve, e come sia profondamente umano rimpiangere quel Milan che per una vita intera ha accompagnato tifosi, oppositori o semplici spettatori.

Il vuoto cosmico al centro dell’attacco e la malinconia di chi non c’è più

Senza un vero numero 9, la Champions League si allontana paurosamente. La partita di ieri ha messo in scena un cortocircuito perfetto: se da un lato un sussulto d’orgoglio nel finale ha permesso ai rossoneri di accorciare le distanze con Strahinja Pavlović e il rigore trasformato da Christopher Nkunku, dall’altro è emersa la fragilità strutturale di una squadra che brancola nel buio. "Il Milan non è più il Milan", ha tuonato Marco Simone, voce storica del fronte d’attacco rossonero, intervenuto a caldo sul momento della squadra di Massimiliano Allegri. Simone ha sottolineato come lo status, la storia e il blasone – tutte componenti che non si sentono più in campo – debbano essere rettificati immediatamente, perché ormai da anni si assiste a troppi cambi in società, con presidenti e direttori spesso assenti. E poi, aggiunge l’ex attaccante, la rosa avrebbe bisogno di più giocatori importanti, autentici "giocatori da Milan", non solo l’attaccante: nell’analisi, a salvarsi dalla mediocrità generale è solo Luka Modric (considerato l’unico a possedere quel certo carisma e quello status internazionale che imporrebbero rispetto sul rettangolo verde).

La dittatura dei conti e la perdita dell’identità collettiva

Anche in questo contesto di disillusione, a pesare come un macigno è la filosofia gestionale impressa dal fondo statunitense. L’ossessione per l’equilibrio economico – concretizzata nella ricerca spasmodica di giovani da rivendere o parametri zero da rigirare – ha, di fatto, sterilizzato l’ambizione. Se la qualificazione alla prossima Champions League (ancora matematicamente possibile a due giornate dal termine) rappresenta un’ancora di salvezza in ottica di bilancio, sul piano emotivo essa non basterebbe a ricucire lo strappo con una tradizione che imponeva il primato, non i calcoli.

Modric, l’ultimo faro in una notte senza stelle

Nel buio pesto di questa corsa a ostacoli, la regia di Luka Modric tiene in vita un barlume di dignità internazionale. Il fenomeno croato, nonostante l’età che avanza, è l’unico che sembra aver digerito il peso della maglia, ma anche la sua leadership – per quanto illuminata – rischia di rimanere un’isola felice circondata dall’indifferenza. I tifosi, che ieri hanno abbandonato lo stadio in massa prima del novantesimo, sembrano aver già archiviato questa stagione, stremati da una narrazione che parla solo di asset da alienare. E mentre la società alza il muro e si barrica dietro le logiche di mercato, il campo racconta una verità ben diversa: quella di una squadra smarrita che, come ammesso da Marco Simone, per ritrovare la propria anima avrebbe bisogno di tante cose, ma soprattutto di uomini all’altezza di una storia che, oggi come oggi, sembra appartenere a un’altra epoca.

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