Daniele Rezza chiede scusa in appello, la madre di Manuel gli urla “stai zitto”: disposta una perizia psichiatrica
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Redazione Interno
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Ha chiesto la parola, nel processo d’appello che si è aperto a Milano, per pronunciare poche frasi, e quelle stesse parole – un tentativo di chiedere “scusa e perdono” – gli sono state quasi strozzate in gola dalla reazione dei familiari della vittima. Daniele Rezza, il ventunenne condannato in primo grado, nel luglio del 2025, a ventisette anni di reclusione per aver ucciso Manuel Mastrapasqua, ha voluto rivolgersi direttamente a chi, quel ragazzo, non lo vedrà mai più tornare a casa. “Non volevo togliergli la vita”, ha detto, “posso dire tante volte scusa, ma ho capito in questo anno e mezzo che non posso dare indietro un figlio, un fratello”. Parole che non hanno trovato spiraglio nel dolore della famiglia, tanto che la madre e il fratello minore di Manuel, presenti in aula, hanno rotto il silenzio processuale per gridargli di tacere, in un moto di rabbia che ha reso tangibile la lacerazione lasciata da quel delitto consumato per un paio di cuffie wireless dal valore di quattordici euro.
Il tentativo di scusa e la tensione in aula
L’udienza, che si tiene davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, rappresenta il secondo grado di giudizio per una vicenda che aveva scosso l’opinione pubblica per la sua drammatica sproporzione: la notte tra il 10 e l’11 ottobre del 2024, a Rozzano, nel Milanese, Manuel stava tornando a casa dopo un turno di lavoro in un supermercato quando venne avvicinato da Rezza. Il racconto dello stesso imputato, reso in fase di indagini, era stato agghiacciante nella sua freddezza – “volevo prendergli tutto: soldi, cellulare, qualsiasi cosa potessi rivendere” – e quel “tutto” si concretizzò nello strappo delle cuffiette dal collo della vittima e in una coltellata sferrata vicino al cuore, prima di darsi alla fuga. Oggi, a distanza di un anno e mezzo da quei fatti, Rezza ha tentato la via delle scuse, ma l’interruzione della famiglia, con quel “stai zitto” gridato, ha manifestato quanto quel rammarico, forse sincero o forse calcolato, non possa in alcun modo ricucire lo strappo.
La richiesta di perizia psichiatrica della difesa
Nel frattempo, il dibattimento in appello si sta giocando su un altro fronte, quello della capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento del fatto. La difesa di Rezza ha infatti avanzato istanza per una perizia psichiatrica, cercando di introdurre nel processo un elemento che in primo grado non aveva trovato accoglimento: la tesi di una patologia psichiatrica, una “disregolazione delle funzioni emotive” che, secondo i legali, porterebbe il giovane a reazioni sproporzionate e a un mancato controllo degli impulsi. A sostegno di questa richiesta, la difesa ha menzionato la terapia farmacologica che Rezza starebbe seguendo in carcere, farmaci per la schizofrenia, cercando di gettare un’ombra di dubbio sulla piena imputabilità del loro assistito.
Le opposizioni dell’accusa e la decisione della corte
Una linea che, però, ha incontrato il netto muro della procura generale e delle parti civili. La sostituta pg Olimpia Bossi ha chiesto alla corte di respingere l’istanza, definendo l’incapacità di gestire la rabbia non come una patologia, ma come il tratto distintivo di un “carattere aggressivo e immaturo”, escludendo che vi siano nei documenti depositati, incluso un certificato medico risalente all’adolescenza di Rezza, gli estremi per un vizio di mente. Anche l’avvocata Roberta Minotti, che rappresenta la famiglia Mastrapasqua, ha sottolineato come dagli atti emerga un funzionamento cognitivo nella norma, tanto che lo stesso Rezza, in passato, aveva avuto modo di commentare la sua condanna con una lucidità fin troppo cinica: “ho preso 27 anni per una coltellata”. La Corte, dopo aver ascoltato le parti, ha optato per una via intermedia, disponendo comunque l’accertamento psichiatrico: una decisione che, di fatto, riapre il processo e che affida a un esperto il compito di chiarire se alla base di quell’aggressione mortale ci fosse una mente capace di intendere e di volere o se, invece, si possa configurare una seminfermità.




