Il tentativo di scusa di Rezza per l’omicidio di Manuel e la rabbia della madre: “Stai zitto”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ha varcato la soglia dell’aula della Corte d’Assise d’Appello di Milano con un foglio in mano, forse per leggere poche frasi preparate, forse per tentare un approccio diverso rispetto a quello mostrato nei mesi successivi al delitto. Daniele Rezza, il ventunenne che nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 2024, a Rozzano, accoltellò al petto Manuel Mastrapasqua per rapinarlo di un paio di cuffie wireless del valore di quattordici euro, ha preso la parola all’inizio della prima udienza del processo di secondo grado. Di fronte ai giudici Ivana Caputo e Franca Anelli, e davanti ai familiari della vittima seduti tra il pubblico, ha pronunciato quelle che ha definito delle scuse: ha detto di provare “dispiacere verso la famiglia”, ha aggiunto che non voleva “togliergli la vita” e che, pur potendo ripetere “scusa” infinite volte, ha compreso in questo anno e mezzo di detenzione che non si può restituire un figlio o un fratello. Parole che, nella loro formulazione, suonavano come una richiesta di perdono, ma che hanno immediatamente scatenato la reazione della madre di Manuel, la quale, scoppiando in lacrime, gli ha urlato “stai zitto, vergognati”, dando voce a un dolore che non trova e non troverà conforto in alcuna dichiarazione spontanea dell’imputato. La presidente della Corte l’ha invitata al silenzio per permettere a Rezza di completare il suo intervento, ma la tensione era ormai altissima e destinata a crescere nel prosieguo dell’udienza.

La decisione della Corte e la perizia psichiatrica

Se le parole di Rezza rappresentavano un tentativo – forse calcolato dalla difesa, forse dettato da un sincero, seppur tardivo, pentimento – di mostrare un volto umano di fronte al delitto compiuto, il nodo giuridico centrale dell’udienza era un altro. La Corte, dopo aver ascoltato le parti, ha dovuto pronunciarsi sull’istanza presentata dai legali dell’imputato, i quali hanno chiesto una perizia psichiatrica per valutare la capacità di intendere e di volere di Rezza al momento dei fatti. Secondo la difesa, il ragazzo soffrirebbe di una “disregolazione delle funzioni emotive”, una patologia che gli impedirebbe di controllare gli impulsi e di valutare consapevolmente le situazioni, portandolo a reazioni sproporzionate. A sostegno di questa tesi, è stato ricordato che in carcere il ventunenne assumerebbe farmaci per la schizofrenia. Dall’altra parte, la sostituta procuratrice generale Olimpia Bossi ha chiesto di respingere l’istanza, sostenendo che l’incapacità di gestire la rabbia, seppur manifestata in forme violente e immature, non costituisce di per sé una patologia psichiatrica, e che dagli stessi documenti depositati dalla difesa non emergerebbero elementi clinici tali da giustificare un accertamento così complesso a distanza di tanto tempo. La Corte, volendo dirimere ogni possibile dubbio interpretativo e richiamandosi a recenti orientamenti della Cassazione in materia di valutazione dei disturbi mentali, ha infine deciso di disporre la perizia, rinviando l’udienza al 18 marzo per affidare l’incarico al perito e definire il quesito. Una decisione che, di fatto, riapre il processo e che comporterà tempi tecnici lunghi, con la relazione che sarà depositata solo dopo diverse settimane.

La rabbia dei familiari dopo la decisione dei giudici

Quando i giudici hanno letto il dispositivo accogliendo la richiesta della difesa, l’atmosfera in aula è tornata a farsi incandescente. I familiari di Manuel Mastrapasqua, che già avevano faticato a trattenere la disperazione durante le scuse di Rezza, hanno nuovamente alzato la voce. Stavolta l’ira si è concentrata non solo sul contenuto della decisione, ma anche sull’atteggiamento tenuto dall’imputato, il quale, secondo quanto riferito dai presenti, dopo la lettura dell’ordinanza avrebbe sorriso o quantomeno mostrato un’espressione non consona alla gravità del momento. “Perché ridi? Devi marcire in carcere”, gli hanno gridato, dando voce a un sentimento di frustrazione per una giustizia che, ai loro occhi, appare fin troppo garantista verso chi non ha esitato a uccidere per un oggetto di scarso valore. La legale di parte civile, avvocata Roberta Minotti, ha ribadito che dagli atti emerge un funzionamento cognitivo nella norma per Rezza, citando tra l’altro la frase che lui stesso aveva pronunciato dopo la condanna in primo grado, quando, commentando i ventisette anni ricevuti, disse: “Tutti questi anni per una coltellata?”. Un’affermazione, quella, che deporrebbe più per una mancanza di consapevolezza che per una reale patologia mentale.

Il delitto di Rozzano e la dinamica ricostruita

L’omicidio per cui si celebra il processo d’appello ha sconvolto l’opinione pubblica per la sua efferatezza e per la sproporzione tra il movente e la conseguenza fatale. Quella notte di ottobre, Manuel Mastrapasqua stava tornando a casa dopo aver terminato il turno di lavoro in un supermercato di via Farini a Milano. Sceso dal tram a Rozzano, era stato avvicinato da Rezza che, come lui stesso avrebbe poi confessato, voleva prendergli “soldi, cellulare, qualsiasi cosa potesse rivendere”. Di fronte a un probabile rifiuto o a un tentativo di reazione della vittima, Rezza lo aveva colpito con una coltellata vicino al cuore per poi fuggire con le cuffie, lasciando a terra il portafoglio e il telefono. Dopo l’aggressione, il padre dell’omicida, che avrebbe gettato via le cuffie in un cassonetto, lo aveva accompagnato alla stazione di Pieve Emanuele, da dove Rezza era partito per un confuso tentativo di fuga che lo aveva portato prima a Pavia e poi ad Alessandria, dove era stato rintracciato e arrestato grazie anche alla sua stessa, parziale, ammissione di responsabilità. In primo grado, la Corte aveva riconosciuto le aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa, concedendo le attenuanti generiche e applicando la continuazione tra omicidio e rapina, con una condanna a ventisette anni che ora dovrà essere rivalutata alla luce degli accertamenti psichiatrici appena disposti.

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