Soldati italiani in Arabia Saudita, lo scontro tra governo e opposizioni
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Redazione Esteri
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La notizia, rimbalzata nelle ultime ore tra le scrutinie dei giornali e le aule parlamentari, ha il sapore di una rivelazione destinata ad accendere il dibattito politico. Circa 400 militari dell'Aeronautica Militare, insieme ad altri 260 dell'Esercito, sono schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein da metà marzo, a formare quella che viene definita Task Force Air Arabia.
Un contingente di tutto rispetto, dotato di sistemi di difesa aerea e antimissile come il SAMP-T, che ha il compito dichiarato di proteggere gli spazi aerei e supportare gli alleati del Golfo da potenziali attacchi provenienti dall'Iran. La sua esistenza, però, è emersa solo di recente, scatenando un acceso scontro tra il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e le opposizioni, con queste ultime che parlano di una missione condotta "alla chetichella" e di un pericoloso coinvolgimento in un conflitto già in corso.
La ricostruzione di Crosetto e il via libera parlamentare
Secondo quanto riferito dal ministro in un'intervista al Corriere della Sera e ripreso da diverse agenzie, non vi sarebbe alcun mistero o tentativo di occultamento. Il trasferimento del contingente dal Kuwait all'Arabia Saudita sarebbe stato annunciato mesi fa e rientrerebbe in un piano di rimodulazione delle missioni già esistenti e autorizzate dal Parlamento.
Crosetto ha puntato il dito contro chi oggi grida allo scandalo, accusando i critici di non aver seguito con attenzione le audizioni e di non aver compreso cosa avessero votato.
Per sostenere la sua tesi, il ministro ha ricostruito la cronistoria delle decisioni: il 5 marzo scorso, a pochi giorni dall'inizio della campagna militare statunitense e israeliana contro l'Iran, il Parlamento avrebbe approvato delle risoluzioni che autorizzavano il dispiegamento di sistemi di difesa aerea nell'area del Golfo. Successivamente, a luglio, le Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato avrebbero prorogato le missioni, includendo l'Arabia Saudita nell'area geografica di intervento.
A queste date si aggiungono le audizioni dei vertici militari, come quella del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, e del comandante del Covi, generale Giovanni Maria Iannucci, che avrebbero dettagliato la situazione.
Le accuse delle opposizioni: trasparenza negata e missione occulta
Dall'altra parte della barricata, le opposizioni non hanno accolto le spiegazioni del ministro, anzi, le hanno respinte con forza etichettandole come un tentativo di scaricare le proprie responsabilità. Il Partito Democratico, attraverso una nota dei capigruppo in commissione Alessandro Alfieri, Enzo Amendola, Stefano Graziano e del responsabile Esteri Giuseppe Provenzano, ha parlato di una "forzatura inaccettabile" e ha presentato un'interrogazione per chiedere chiarimenti.
Il punto centrale della contestazione risiede nel fatto che, nelle schede che autorizzano le missioni per il 2026, l'Arabia Saudita non figurerebbe tra i Paesi elencati, al contrario di Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein.
L'accusa è quella di aver utilizzato assetti e personale militare in un Paese non espressamente previsto, scavalcando di fatto il controllo del Parlamento. In una fase storica delicatissima, con le tensioni in Medio Oriente che restano altissime e l'Arabia Saudita che ha effettuato attacchi contro le milizie filoiraniane in Iraq, il timore è che l'Italia si stia facendo coinvolgere in un conflitto per procura senza che i cittadini ne siano pienamente consapevoli.
Come riportato, anche il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha tuonato contro un'operazione "costruita e attuata alla chetichella", chiedendo che il governo riferisca in Aula.
Gli interessi strategici dell'Italia nel Golfo tra armi ed energia
Al di là della polemica politica, lo spiegamento militare si inserisce in un contesto di interessi nazionali ben più ampi. L'Italia guarda al Golfo Persico non solo per ragioni di sicurezza, ma per un intreccio di relazioni economiche e strategiche che spaziano dall'energia alla difesa. La penisola arabica è un partner cruciale per gli approvvigionamenti energetici del nostro Paese: basti pensare che il Qatar da solo fornisce oltre il 10% del gas consumato in Italia.
In questa prospettiva, la visita della premier Giorgia Meloni nei Paesi del Golfo subito dopo l'inizio della guerra è stata letta come un tentativo di mettere in salvo il dossier energetico.
Un capitolo altrettanto rilevante è quello dell'export militare. Secondo un report dell'Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, Qatar e Kuwait sono i primi acquirenti di armi italiane, con percentuali che toccano rispettivamente il 26% e il 17% del totale venduto all'estero nel 2025. In questo quadro si inserisce la ratifica, proprio in questi giorni, dell'accordo tra Italia e Kuwait sulla cooperazione nel settore della difesa, firmato a gennaio dal ministro Crosetto.
L'intesa, approvata dal Senato e ora al vaglio della Camera, prevede lo scambio di tecnologie belliche, l'addestramento del personale e la fornitura di elicotteri, sistemi di combattimento navali e altro materiale. Inoltre, la recente audizione del generale Iannucci ha rivelato la prontezza dell'Italia a intervenire nello Stretto di Hormuz con due cacciamine già preposizionati a Gibuti, a testimonianza di un impegno militare in area che va ben oltre la presenza in Arabia Saudita.
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