Riconoscimento della Palestina, un atto politico che divide il mondo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La recente decisione di Regno Unito, Portogallo, Canada e Australia di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina rappresenta una significativa evoluzione nello scenario diplomatico internazionale, riaccendendo i riflettori su una questione che, come sottolineato dalla Chiesa di Milano, è di natura “prettamente politica”. Questo movimento, che si inserisce in un contesto già segnato dalle convulsioni del conflitto a Gaza, non è un evento isolato ma l’ultimo capitolo di un processo lungo decenni. La proclamazione unilaterale dello Stato palestinese, avvenuta il 15 novembre 1988 per volontà di Yasser Arafat, aveva già ottenuto, nel corso degli anni, l’adesione di una parte consistente del globo: dalla Russia alla totalità dei Paesi arabi, passando per la maggioranza degli Stati africani e latinoamericani, nonché per potenze asiatiche del calibro di India e Cina. A queste si sono aggiunte, in diverse ondate, numerose altre nazioni, facendo del riconoscimento palestinese uno dei temi più divisivi della geopolitica contemporanea.

Per comprendere le implicazioni concrete di tali gesti, è necessario interrogare il diritto internazionale. Marco Pedrazzi, docente alla Statale di Milano, chiarisce che il riconoscimento di uno Stato è un atto politico discrezionale con cui un paese dichiara di voler intrattenere relazioni diplomatiche con un’altra entità. Tuttavia, ciò non equivale automaticamente a una piena statualità in senso giuridico-classico, la quale richiederebbe un governo effettivo su un territorio definito e una popolazione. È proprio su questo punto che la questione palestinese mostra la sua complessità, poiché l’Autorità Nazionale Palestinese esercita un controllo limitato e discontinuo sui territori di Cisgiordania e Striscia di Gaza, quest’ultima teatro di una guerra devastante e di un’amministrazione de facto da parte di Hamas.

Le dichiarazioni di Ghazi Hamad, esponente di Hamas, che ha attribuito al massacro del 7 ottobre il merito di aver costretto il mondo ad “aprire gli occhi” sulla causa palestinese, gettano un’ombra sinistra su questa nuova fase diplomatica. Queste affermazioni, che celebrano la violenza come levatrice di riconoscimenti, pongono un dilemma etico e strategico di non facile soluzione, come evidenziato dall’analista Dario Fabbri. Il rischio, implicito, è che la legittima aspirazione a uno Stato possa essere indebitamente associata alle azioni di un gruppo considerato terrorista da molti governi occidentali, complicando ulteriormente un percorso già irto di ostacoli.

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