Giovani soli in una città non più solidale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
«Non possiamo arrenderci a questa spirale di violenza e morte», dice don Mimmo, «dobbiamo unirci per salvare la nostra città, soprattutto i nostri figli». La violenza, purtroppo, continua a mietere vittime: Emanuele, ucciso a soli 15 anni più di una settimana fa, e Santo, ammazzato a 19 anni a San Sebastiano al Vesuvio l’altra notte. «Bisogna disarmare Napoli. Bisogna disarmare i nostri territori», insiste don Mimmo.
Emanuele Tufano è stato ucciso da un colpo di pistola alle spalle la notte tra il 23 e il 24 ottobre, a due passi da corso Umberto. La conferma è arrivata dall’autopsia. All’indomani del funerale del ragazzo, celebrato dall’arcivescovo don Mimmo Battaglia, emergono nuovi elementi nel complesso scenario investigativo. Appare ormai certo che quella notte Emanuele sia stato colpito alle spalle, un atto vile che ha scosso profondamente la comunità.
L’assassinio del quindicenne per mano di un coetaneo è un incubo che si ripete. Le baby-gang, fenomeno tristemente diffuso in molte metropoli, a Napoli trovano una risonanza mediatica particolare. Giovani che, emulando personaggi di serie televisive come Gomorra, formano bande per comandare il quartiere, con risultati tragici: se a 15 anni hai una pistola addosso, sei già irrecuperabile.
Durante i funerali di Emanuele, celebrati nella parrocchia di Santa Maria alla Sanità, erano presenti anche gli amici dell’ultima ronda in piazza Mercato. Ragazzi dal volto tirato dal dolore e dalla rabbia, che hanno accompagnato Emanuele nell’ultimo viaggio.




