Forza Italia, tensione massima sulle preferenze. Tajani: «I fascisti capiscono solo la forza»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «I fascisti a Roma li conosco, capiscono solo la forza». Con questa frase, dal sapore di un'affermazione senza mezzi termini, il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha cercato di ricompattare i suoi senatori durante un'assemblea infuocata che si è trasformata in un doppio processo: alla premier Giorgia Meloni, accusata di voler imporre la propria volontà senza concedere nulla, e allo stesso Tajani, bersagliato per una gestione ritenuta troppo arrendevole nei confronti degli alleati di governo.

L'incontro, tenutosi a Palazzo Madama, era stato convocato per discutere dell'emendamento che reintroduce le preferenze nella legge elettorale, ma ha finito per mettere in luce tutte le crepe di una maggioranza che sembra viaggiare su frequenze sempre più distanti.

Il «nì» che nasconde una resa dei conti

L'esito della riunione è stato sintetizzato dal senatore Roberto Rosso con un'immagine efficace: il gruppo è uscito con un «nì», una posizione sospesa tra il sì e il no che rappresenta perfettamente l'impasse in cui versa il partito. Da un lato, Tajani ha spiegato che le preferenze sono ormai un passaggio inevitabile, anche per scongiurare il rischio di una bocciatura della legge da parte della Corte Costituzionale, paventando addirittura il ritorno al Rosatellum.

Dall'altro, la pattuglia di senatori più vicina all'eredità di Silvio Berlusconi, con nomi come Adriano Galliani e Paolo Zangrillo, ha manifestato tutto il suo malumore per una riforma che, a loro dire, penalizza Forza Italia e viene imposta con arroganza da Fratelli d'Italia. La richiesta, come ha fatto presente il ministro Zangrillo, è che il partito smetta di essere «il partito delle sagre di paese» per tornare a giocare un ruolo da protagonista.

Le accuse a Tajani: «Schierato con FdI, non ci difendi più»

La tensione è esplosa quando la capogruppo Stefania Craxi ha contestato a Tajani di aver condotto la trattativa in solitaria, senza coinvolgere i senatori, e di non aver replicato alle bordate del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che aveva paragonato Forza Italia a un partito sul punto di suicidarsi.

Il segretario si è difeso sostenendo di essere stato messo all'angolo, soprattutto dopo che la Lega di Matteo Salvini, inizialmente contraria alle preferenze, aveva cambiato posizione, lasciando gli azzurri soli a fronteggiare la volontà di Meloni. Il riferimento alla forza, per placare «i fascisti», è arrivato proprio in questo contesto infuocato, quasi a voler evocare la necessità di un approccio più duro in un rapporto di alleanza che, secondo molti presenti, è ormai palesemente asimmetrico.

Calendario slittato a settembre ma la partita resta aperta

Al termine dell'assemblea, e dopo un successivo faccia a faccia tra Tajani e la premier Meloni, si è trovata una soluzione di compromesso sulla tempistica: il termine per la presentazione degli emendamenti è stato rinviato al primo settembre, con l'esame in Aula previsto a partire dal 9 e il voto finale fissato per il 15. Un rinvio che, tuttavia, non ha placato gli animi, perché la sostanza del contendere resta invariata.

Forza Italia ha chiesto e ottenuto la convocazione di un nuovo tavolo di maggioranza e la partecipazione di un proprio rappresentante, il senatore Roberto Rosso, alle riunioni tecniche per limare l'emendamento. Le richieste di garanzie sulla rappresentanza di genere e sulla struttura dei listini, tuttavia, potrebbero far riemergere le divergenze appena i lavori riprenderanno a pieno ritmo.

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