Cocco, il medico indagato: «I Cpr sono violenti, lo diciamo da sempre»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nicola Cocco non ha firmato nessun certificato di non idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri. Lo ha ribadito con l'avvocato al fianco durante una conferenza stampa a Milano, spiegando di aver subito due giorni di perquisizioni pur non essendo il suo lavoro redigere quelle certificazioni.

Il medico infettivologo, originario di Venosa e operante in Lombardia, è tra i quattro professionisti indagati dalla Procura di Ravenna per associazione a delinquere finalizzata alla compilazione di falsi certificati per impedire il trasferimento di migranti irregolari nei Cpr.

«Non abbiamo fatto partire un'associazione a delinquere per istigare i medici, abbiamo fatto una campagna per definire la patogenicità», ha dichiarato Cocco, secondo cui i centri sono luoghi che fanno ammalare le persone trattenute in attesa di espulsione.

«Quello che abbiamo fatto è stato fornire le evidenze di questa patogenicità e definire i criteri, i dilemmi deontologici che gli stessi medici ci hanno posto», ha aggiunto, precisando che la campagna «ha sempre operato sotto la luce del sole, con incontri pubblici, con la partecipazione a convegni, a congressi, con la pubblicazione di articoli».

L'ipotesi della Procura di Ravenna

Secondo l'atto di accusa della Procura di Ravenna, Cocco sarebbe il punto di riferimento di una rete organizzata di medici che tra il 2024 e il 2026 avrebbe messo in atto strategie per contrastare il trasferimento degli stranieri irregolari nei centri di rimpatrio. L'ipotesi investigativa si fonda su una serie di elementi, tra cui alcuni scambi in chat. In una di queste Cocco scriveva a una collega: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura».

Sempre secondo l'accusa, il medico avrebbe pianificato interventi di propaganda sui social e si sarebbe occupato della gestione strutturale della rete, coinvolgendo colleghi di varie realtà ospedaliere e mettendo a disposizione competenze legali.

Nelle scorse settimane sono state eseguite ventitré perquisizioni a carico di altrettanti medici sparsi in diverse città italiane, tra cui Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. I professionisti coinvolti sono soprattutto infettivologi e psichiatri dipendenti del sistema sanitario pubblico. La vicenda era esplosa nel febbraio 2026, quando la Squadra Mobile aveva perquisito il reparto di Malattie infettive dell'ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, portando all'indagine di otto medici dipendenti dell'Ausl Romagna.

La posizione dell'Ordine dei medici

La Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri è intervenuta sulla vicenda, chiedendo di concentrare l'attenzione sulle condizioni dei centri piuttosto che sui professionisti coinvolti. Il presidente Filippo Anelli ha espresso vicinanza ai colleghi e fiducia nel lavoro della magistratura, «alla quale spetta accertare i fatti e le eventuali responsabilità individuali, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza».

Anelli ha poi rivendicato l'autonomia del giudizio clinico: «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza, ma professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona». La Federazione aveva già auspicato una modifica normativa che separasse nettamente la certificazione sanitaria dalle decisioni amministrative sul trattenimento o trasferimento nei centri, per evitare situazioni capaci di generare un conflitto tra i doveri deontologici del medico e finalità di sicurezza che non gli competono.

Cocco, dal canto suo, ha spiegato che i medici che hanno redatto le certificazioni hanno «semplicemente agito secondo scienza e coscienza, valutando le condizioni di salute dei migranti». La sua tesi è che bisognerebbe invece indagare sul perché persone malate siano state mandate nei Cpr dopo visite affrettate e superficiali: «Ho visto persone cieche, sulla sedia a rotelle, persone psicotiche che dicevano di essere Nixon, tutti con certificati di idoneità».

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