Pietracatella, nuovo interrogatorio per Gianni Di Vita: sequestrati i dispositivi delle vittime

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Larino, che da mesi tiene in pugno i fili dell’inchiesta sulle morti per avvelenamento da ricina a Pietracatella, ha disposto un’accelerazione decisiva nelle indagini: lunedì 4 maggio, infatti, gli investigatori della Squadra Mobile si recheranno nuovamente nell’abitazione della famiglia Di Vita per prelevare tutto il materiale elettronico appartenuto a Sara Di Vita e ad Antonella Di Ielsi – madre e figlia, decedute a poche ore di distanza l’una dall’altra tra il 27 e il 28 dicembre scorsi – e che fino a oggi era rimasto sigillato tra quelle mura.

Quattro ore di domande nella massima riservatezza

Proprio due giorni fa, intanto, gli stessi inquirenti hanno sottoposto a un nuovo, lungo interrogatorio Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara; lui, che formalmente riveste la posizione di persona offesa dal reato (oltre che di congiunto delle vittime), è stato ascoltato negli uffici della questura per circa quattro-cinque ore, in un clima di assoluta riservatezza. Di quella deposizione, fiume e minuziosa, gli inquirenti non hanno ovviamente diffuso i contenuti, ma la sua durata e la sua stessa collocazione temporale – a distanza di mesi dai primi accertamenti – lasciano intendere che gli investigatori stiano verificando con cura ogni dettaglio delle dichiarazioni già rese in passato.

Cellulari, computer e tablet: la svolta digitale

La novità più rilevante, sul piano tecnico-giudiziario, è rappresentata dal provvedimento firmato dalla procuratrice Elvira Antonelli, titolare del fascicolo per duplice omicidio premeditato: lunedì prossimo saranno sequestrati e acquisiti non solo i telefonini, ma anche i computer, i tablet e le chiavette usb che appartenevano a Sara e ad Antonella. Un’operazione, questa, che avviene dopo quattro mesi di attesa – durante i quali quei dispositivi sono rimasti fermi all’interno della casa posta sotto sequestro – e che potrebbe fornire elementi decisivi, come messaggi, ricerche online o tracce di contatti, utili a comprendere le dinamiche che hanno portato all’assunzione della mortale tossina.

Il giallo delle due avvelenate si arricchisce di un tassello investigativo

Nell’inchiesta di Larino non ci sono, al momento, indagati per l’avvelenamento che ha ucciso madre e figlia, entrambe residenti a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Ma l’acquisizione dei supporti digitali – già richiesta dalla polizia giudiziaria e ora autorizzata dalla magistratura – rappresenta un passaggio obbligato in qualsiasi procedimento per omicidio in cui si sospetti un’intossicazione volontaria: le tracce lasciate inconsapevolmente dalle vittime sui propri account, nelle chat o nelle cronologie di navigazione possono rivelarsi più eloquenti di qualsiasi testimonianza. E lunedì, con il prelievo fisico di quei dispositivi, si chiuderà una prima, lunga fase di stasi tecnica per aprirne un’altra, quella dell’analisi forense, che i consulenti della procura condurranno nei prossimi giorni.

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