Park Chan-wook alza la posta: con "No Other Choice" il maestro coreano mira agli Oscar
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando Park Chan-wook, regista di culto noto per aver plasmato l'immaginario cinematografico moderno con opere come "Oldboy", annuncia un nuovo progetto, l'attenzione della critica internazionale si accende inevitabilmente. Con "No Other Choice", Titolo internazionale che adatta il romanzo "The Ax" di Donald E. Westlake già portato sullo schermo da Constantin Costa-Gavras, quell'attenzione assume però i contorni di una sfida aperta e ambiziosa: quella per la conquista della statuetta più celebre. La scelta stessa del materiale di partenza, un noir sociale corrosivo e senza speranza, segnala l'intenzione di parlare un linguaggio universale partendo da una lente asiatica, un'operazione che, se ben calibrata, ha storicamente conquistato l'Academy.
La disgregazione di un uomo ordinario
Il film, che ha debuttato nelle sale italiane a inizio gennaio, non si discosta dalla cifra stilistica del cineasta, la quale, pur evolvendosi, mantiene una coerenza tematica profonda. La narrazione si apre su un idillio familiare, su quel "Adesso posso dire di avere tutto" pronunciato dal protagonista, interpretato dalla star Lee Byung-hun, per poi sgretolarlo con la freddezza di un licenziamento inaspettato. Park Chan-wook, che attraverso la sua celebre "Trilogia della vendetta" aveva già esplorato gli abissi dell'animo umano, qui costruisce un progressivo crollo psicologico che procede per gradi, mostrando come la disumanizzazione indotta da un sistema lavorativo ferocemente competitivo possa condurre un uomo ordinario a compiere scelte estreme. Il regista coreano, del resto, ha sempre indagato, con uno sguardo spesso cinico e dissacrante, le crepe della società contemporanea, dove l'amore si rivela un palliativo temporaneo e la stabilità un'illusione.
Un cast stellare per una parabola universale
La presenza di Lee Byung-hun, divo di portata globale dopo il successo planetario di "Squid Game", non è una mera operazione di casting commerciale, ma funzionale a incarnare l'archetipo dell'uomo di successo che la società abbandona al suo destino. Attorno a lui, un cast di "all-stars" locali contribuisce a disegnare il microcosmo di pressioni e fallimenti in cui il personaggio precipita. La regia, come di consueto in Park, non indulge in facili sentimentalismi, ma costruisce la parabola con un controllo formale meticoloso, alternando sequenze di quieta disperazione ad altre di tensione soffocante, in cui persino un banale pasto a base di pollo fritto può caricarsi di significati perturbanti. La competizione, tema centrale del racconto, diventa così il motore di una tragedia moderna, raccontata senza filtri ma anche senza bisogno di ricorrere a un eccesso di dettagli espliciti.
La corsa alla statuetta e il peso della critica
La distribuzione a inizio anno, strategia spesso associata alle campagne per i premi, e la natura internazionale della coproduzione confermano le aspettative che circondano l'opera. "No Other Choice" si presenta dunque come il tentativo più esplicito del regista di Seoul di bissare il successo ottenuto da "Parasite" di Bong Joon-ho, dimostrando come il cinema coreano abbia ancora molto da dire sui malesseri globali. La pellicola, mentre occupa le sale insieme ad altre novità di fine e inizio anno come "La Piccola Amélie", si stacca dal semplice intrattenimento per proporsi come un oggetto di studio e discussione, un film che, pur radicato in una specifica cultura, parla una lingua comprensibile in ogni angolo del mondo industrializzato. Il suo destino agli Oscar, al di là dell'esito, è già segnato dalla capacità di aver rilanciato il dibattito su come il cinema possa raccontare, in modo tanto spietato quanto necessario, le fratture del nostro tempo.




