La fuga di Elia Del Grande, tra confessioni e nuovi misteri
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Redazione Interno
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La voce, catturata da un registratore nella caserma di Laveno Ponte Tresa, scandisce parole che non ammettono repliche, consegnando alla storia giudiziaria il racconto di una strage familiare. «Ho fatto del male ai miei. Li ho uccisi...», dichiarò Elia Del Grande, confessando di aver sterminato la sua famiglia dopo una cena trascorsa insieme, un atto compiuto con due colpi di fucile per ciascuno dei congiunti. Quel nastro, reso pubblico in seguito, fissa per sempre il movente di un delitto che sconvolse Cadrezzate nel 1998: i litigi incessanti, l'opposizione della famiglia alla sua relazione con una donna di Santo Domingo, un conflitto domestico che si concluse in un bagno di sangue. Dopo quel gesto, l'uomo tentò di dileguarsi verso la Svizzera, con l'intenzione di raggiungere in aereo la Repubblica Dominicana, ma fu fermato e, in seguito, condannato a trent'anni di reclusione.
La fuga e le giustificazioni
Oggi, a distanza di anni, Elia Del Grande, che ha ormai compiuto quarantanove anni, è di nuovo al centro di una caccia all'uomo, dopo essersi allontanato dalla casa lavoro di Castelfranco Emilia, nella provincia di Modena, una struttura alla quale era stato affidato lo scorso settembre dopo aver scontato in carcere ventisei dei trenta anni previsti dalla sentenza. Nella percezione delle autorità, la sua è una evasione a tutti gli effetti, una circostanza che l'interessato contesta con veemenza in una lettera inviata a un giornale locale. Lui sostiene di non essere evaso, bensì di essersi semplicemente "allontanato", attribuendo la responsabilità della sua decisione al giudice e lamentando l'inadeguatezza di quella comunità, che a suo dire non assolveva al compito di preparare i detenuti a un reinserimento sociale. La sua scrittura, che non è la prima inviata alla testata, delinea una protesta contro un sistema che lo considera, nonostante il tempo trascorso, ancora “socialmente pericoloso”.
Le indagini sulla latitanza
Mentre le ricerche del quarantanovenne proseguono ormai da più di una settimana senza esito, gli investigatori concentrano le loro attenzioni sulla pianificazione della fuga, ipotizzando che non sia stato un gesto impulsivo bensì un piano premeditato, realizzato con il supporto di altre persone. L'idea che un latitante, la cui immagine è nota, possa eludere i controlli per un periodo così prolungato senza alcun appoggio esterno appare infatti poco credibile agli inquirenti; di conseguenza, i sospetti si estendono verso chi, per varie ragioni, potrebbe garantirgli assistenza logistica, nascondigli o semplicemente un omertoso silenzio. Alcuni di loro avanzano l'ipotesi che tali aiuti possano essere stati compensati tramite l'ingente eredità familiare, un patrimonio che, paradossalmente, è rimasto senza gli eredi diretti a causa della sua stessa mano.
Le zone delle ricerche
Il dispiegamento di forze dell'ordine sta setacciando con particolare attenzione il Varesotto e il territorio circostante il lago Maggiore, aree che l'uomo conosce profondamente avendovi vissuto e commesso il crimine. Parallelamente, non vengono tralasciati controlli in Sardegna, una regione verso la quale Del Grande aveva già tentato di fuggire in passato, un dettaglio che suggerisce una certa familiarità con quel possibile approdo. La latitanza, che si protrae senza fornire alcun indizio concreto sulla sua effettiva ubicazione, alimenta giorno dopo giorno le speculazioni sulle sue mosse e sulla rete di complicità che ne permette la permanenza nell'ombra, lasciando aperto un caso che sembrava archiviato dalla giustizia.




