Estensioni browser "sicure" spiano milioni di chat con l'intelligenza artificiale

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Un’indagine della società di cybersicurezza Koi, con sede a Tel Aviv, ha portato alla luce una pratica clandestina e di vasta portata, che mina la fiducia degli utenti negli strumenti digitali più comuni. Secondo quanto rivelato, alcune estensioni per browser, in particolare una denominata Urban VPN Proxy, pubblicizzate e promosse ufficialmente come strumenti di protezione e presentate persino “in primo piano” sugli store digitali di colossi come Google e Microsoft, nascondevano in realtà un sistema di sorveglianza estremamente invasivo. Questi componenti aggiuntivi, che promettevano maggiore sicurezza online, hanno invece operato in direzione diametralmente opposta, raccogliendo sistematicamente e senza alcuna trasparenza il contenuto delle conversazioni private tra le persone e i principali chatbot di intelligenza artificiale, da ChatGPT a Gemini, fino a Claude e Meta AI.

Il meccanismo di raccolta dati e la vendita a terzi

Il modus operandi, tecnicamente sofisticato quanto eticamente discutibile, si basava sulla capacità di queste estensioni di intercettare il traffico tra il browser e le piattaforme di intelligenza artificiale. Ogni domanda, ogni risposta, ogni confidenza o richiesta di aiuto digitata dagli utenti è finita, così, in un database centralizzato, lontano dagli occhi di chi pensava di stare avendo uno scambio confidenziale con un’entità algoritmica. I numeri, del resto, parlano da soli e fotografano un’operazione industriale: sono state catalogate, infatti, oltre otto milioni di conversazioni personali, un patrimonio di dati sensibili e pregiati strappato all’insaputa degli interessati. Queste informazioni, che rivelano pensieri, dubbi, esigenze lavorative e personali, non sono rimaste confinate nei server degli sviluppatori delle estensioni, ma hanno intrapreso una seconda vita commerciale, essendo state vendute a società di marketing e a data broker, i quali le utilizzano per profilare gli individui con una precisione senza precedenti.

Le implicazioni per la privacy e la sicurezza informatica

La vicenda, oltre a rappresentare un chiaro caso di violazione della privacy su scala globale, solleva interrogativi profondi sulla reale sicurezza dell’ecosistema dei browser e sulla vigilanza esercitata dagli store ufficiali. L’aver trovato questi strumenti spia in posizioni di rilievo, contrassegnati come affidabili dalle stesse piattaforme che li distribuivano, indica una falla nei processi di verifica, che ha consentito a software malevoli di guadagnarsi una patente di credibilità. Le conseguenze per gli utenti coinvolti sono difficili da quantificare appieno, poiché i dati rubati, una volta immessi nel mercato grigio delle informazioni, possono essere riutilizzati per scopi di pubblicità mirata, ma anche per truffe più elaborate o per il training di altre intelligenze artificiali senza alcun consenso.

Come difendersi da simili minacce

Alla luce di questi fatti, diventa imperativo adottare una serie di accorgimenti pratici per mitigare i rischi. La prima e più ovvia misura consiste nell’ispezionare con estrema cautela le estensioni installate, rimuovendo quelle non essenziali o di dubbia provenienza, specialmente quelle che richiedono permessi eccessivamente ampi per funzionare. È bene, inoltre, privilegiare strumenti offerti da sviluppatori noti e con una lunga storia di trasparenza, diffidando delle soluzioni gratuite che promettono funzionalità miracolose. Per le conversazioni più delicate con i chatbot, infine, si può valutare l’uso di sessioni di navigazione private o dedicate, sebbene la protezione assoluta, in uno scenario del genere, appaia un obiettivo complesso da raggiungere senza un intervento corale degli attori dell’industria tecnologica.

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