Confermata la condanna a 9 anni per il netturbino stupratore di Riano
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La terza sezione della Corte d'Appello di Roma ha confermato, senza sconti, la pena a 9 anni e 10 mesi di reclusione per Ubaldo Manuali, l'operatore ecologico di 60 anni la cui doppia vita, tra i rifiuti e gli abissi della violenza, ha sconvolto l'opinione pubblica. La decisione, che accoglie interamente le richieste della Procura generale, rappresenta il sigillo definitivo su una vicenda giudiziaria nata dall'arresto dell'uomo, avvenuto nel settembre del 2023, e costruita su prove che hanno dipinto un modus operandi metodico e agghiacciante. L'uomo, la cui immagine era circolata sui social network con l'irridente soprannome di "Keanu Reeves di Riano", vede così consolidarsi la condanna per i reati di violenza sessuale aggravata e diffusione illecita di immagini sessualmente espliciti, reati consumatisi in un arco temporale che gli inquirenti hanno circoscritto tra il settembre del 2022 e il gennaio dell'anno successivo.
Il metodo della violenza tra Capranica e Mazzano Romano
La ricostruzione processuale, che ha retto al vaglio sia del primo che del secondo grado di giudizio, descrive una sequenza criminale precisa e ripetuta. Manuali, secondo quanto accertato, selezionava le vittime, le corteggiava e, dopo averne ottenuto la fiducia, le narcotizzava per renderle inermi. In quello stato di incoscienza forzata, le violentava, approfittando della loro totale vulnerabilità, e contemporaneamente documentava gli abusi con il suo telefono cellulare, senza che loro, ovviamente, potessero esserne consapevoli. Gli episodi si sono verificati in diverse località del Viterbese e dell'hinterland romano, nello specifico a Capranica, a Riano e a Mazzano Romano, luoghi dove l'uomo conduceva la sua apparentemente normale esistenza.
L'aggravante della condivisione delle immagini
Un elemento, tra i tanti, che ha contribuito a delineare la gravità dei fatti e a irrigidire la posizione dell'accusa – e conseguentemente della corte – è stato il successivo utilizzo di quel materiale video. I filmati degli stupri, infatti, non rimasero confinati nella memoria del telefono dell'aggressore ma vennero da lui condivisi, come accertato dagli investigatori, all'interno di una chat di gruppo con alcuni conoscenti. Questa condotta, oggetto del capo d'imputazione sulla diffusione illecita, ha aggiunto un ulteriore, profondo strato di violenza psicologica alle vittime, la cui dignità è stata calpestata due volte: prima nell'intimità forzata dell'aggressione e poi nella sua esibizione, seppur ristretta, a terzi.
Un percorso giudiziario senza inversioni
La sentenza di appello, dunque, non introduce elementi nuovi rispetto al verdetto di primo grado ma ne ratifica in toto l'impianto accusatorio e la misura della pena. Il percorso giudiziario ha visto la magistratura requirente mantenere una linea ferma, ritenendo comprovata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità dell'imputato. La conferma della condanna a 9 anni e 10 mesi chiude, sul piano giurisdizionale, un capitolo di cronaca nera che ha messo in luce, ancora una volta, come i crimini più efferati possano nascondersi dietro le facciate più ordinarie, mentre le indagini, in questi casi, devono muoversi con precisione chirurgica per ricostruire una verità che spesso le vittime, per il trauma subito o per lo stato di incoscienza indotta, faticano a raccontare.




