Il perimetro dell'offensiva: Trump delinea i quattro obiettivi e non esclude l'uso di truppe di terra
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Redazione Esteri
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L’operazione militare congiunta con Israele, battezzata “Epic Fury”, entrerà nel vivo nelle prossime settimane. A dettare i tempi, dalla Casa Bianca, è stato il presidente Donald Trump, il quale ha prefigurato una durata del conflitto che potrebbe attestarsi attorno al mese, forse cinque settimane, salvo poi precisare – e la precisazione ha un suo peso specifico non indifferente – che gli Stati Uniti possiedono la capacità logistica e strategica per prolungare la campagna molto oltre tale finestra temporale, qualora le circostanze sul campo lo richiedessero. In realtà, il Presidente, intervenendo nel corso di una cerimonia di conferimento della Medal of Honor, è apparso fin da subito intenzionabile a blindare il concetto che l’Amministrazione non si farà trovare impreparata di fronte a qualunque scenario, e che l’orizzonte temporale, per quanto definito, resta comunque elastico. Nessuna intenzione, quindi, di autolimitarsi, tant’è che alla domanda circa un eventuale impiego di contingenti terrestri, Trump non ha chiuso alcun portone, affermando di non soffrire di quelle inibizioni che hanno contraddistinto i suoi predecessori, i quali si affrettavano a escludere categoricamente l’ipotesi di “boots on the ground”. Una dichiarazione, quest’ultima, rilasciata con tono quasi dimesso, privo di quella enfasi che solitamente accompagna le dichiarazioni belliciste, ma che nondimeno introduce un elemento di ulteriore complessità in uno scenario già di per sé incandescente.
La minaccia missilistica e la giustificazione dell'attacco preventivo
Alla base della decisione di scatenare l'offensiva, come lo stesso Trump ha ribadito dai microfoni dello Studio Ovale, vi sarebbe stata la necessità impellente di neutralizzare quella che è stata definita come l'ultima chance utile, l’estrema opportunità per fermare il programma balistico di Teheran. Il Presidente è stato molto chiaro nell’esplicitare la natura della percezione della minaccia: secondo le sue ricostruzioni, il regime iraniano disponeva già di vettori in grado di raggiungere il Vecchio Continente e le basi statunitensi dislocate all’estero, e si apprestava a compiere il decisivo salto di qualità tecnologico che gli avrebbe consentito di minacciare direttamente il territorio della “splendida America”. Un’affermazione, questa, che stride con le valutazioni espresse in passato da alcune agenzie d’intelligence, secondo le quali per uno sviluppo intercontinentale sarebbero stati necessari anni, se non un decennio, ma che l’inquilino della Casa Bianca ha utilizzato per motivare l’urgenza e la proporzionalità della risposta armata. La crescita esponenziale dell’arsenale missilistico, secondo la narrativa presidenziale, rappresentava un pericolo colossale e ormai imminente non solo per le truppe americane stanziate in Medio Oriente, ma per la sicurezza nazionale stessa degli Stati Uniti.
I pilastri della strategia: smantellare l’arsenale e la proiezione di potenza
Il perimetro degli obiettivi, come delineato dal Comandante in Capo, appare netto e privo di ambiguità, articolandosi sostanzialmente su quattro direttrici fondamentali. La prima, e forse la più immediata, consiste nella distruzione sistematica dell’arsenale missilistico balistico iraniano e della sua capacità produttiva, un’azione che, stando ai rapporti del Pentagono, procederebbe speditamente ora dopo ora. All’elenco si aggiunge l’azzeramento della flotta navale, con la rivendicazione, già annunciata via social, dell’affondamento di diverse unità, comprese alcune di dimensioni rilevanti e di importanza strategica. Ma l’operazione, per come è stata presentata, mira anche a colpire il cuore pulsante della proiezione di potenza iraniana nella regione, ovvero la sua capacità di fungere da sponsor primario per le milizie e i gruppi armati che operano in Medio Oriente. Non secondario, infine, l’obiettivo di sterilizzare definitivamente ogni velleità nucleare, impedendo a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, un’evenienza che Trump ha definito come una minaccia inaccettabile per l’intera area e per gli alleati occidentali.
Le ripercussioni immediate e le dinamiche sul campo
Mentre il Presidente parlava, le agenzie di stampa battevano notizie di attacchi e controffensive. Il Dipartimento della Difesa, per bocca del segretario Pete Hegseth, ha confermato la continuazione delle operazioni aeree su larga scala, ribadendo che l’obiettivo non è una missione di nation-building o di cambio di regime forzato, nonostante il regime, di fatto, sia già cambiato con l’eliminazione di decine di alti funzionari, incluso la guida suprema Ali Khamenei. Sul terreno, o meglio dal mare, si registrano affondamenti di navi iraniane, mentre i comandi centrali statunitensi hanno fatto sapere di aver respinto centinaia di attacchi missilistici e con droni lanciati dalla Repubblica Islamica. La comunità internazionale osserva, con l’Unione Europea che cerca di correre ai ripari, mentre dall’altra parte dello schieramento, i vertici iraniani superstiti parlano di una dichiarazione di guerra contro il mondo musulmano e promettono ritorsioni, in una spirale che, nelle previsioni della stessa Amministrazione Trump, potrebbe mietere ancora vittime tra i soldati americani prima di giungere a conclusione.




