La strana guerra dei curdi, tra annunci di offensiva e secche smentite. E intanto a Roma si discute per vietare la macellazione dei cavalli

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quadro che emerge dalla frontiera nord-occidentale dell’Iran, quella zona che i curdi chiamano Rojhelat, è fatto di fumo, polvere da sparo e, soprattutto, di una fitta coltre di nebbia informativa che avvolge ogni movimento sul terreno. Mentre gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sono entrati nel loro quinto giorno, con il Pentagono che rivendica ormai il controllo dei cieli iraniani e una progressiva degradazione dell’apparato difensivo di Teheran -1, la vera domanda riguarda l’esistenza stessa di un secondo fronte, quello terrestre. Da un lato, fonti americane citate da testate come 24News, Axios e Fox News hanno rilanciato con forza la notizia di un’avanzata in territorio nemico condotta da migliaia di combattenti curdo-iracheni, una mossa che, se confermata, rappresenterebbe l’apertura di una fase del tutto nuova e particolarmente insidiosa per la Repubblica Islamica. Dall’altro lato, però, a questa narrazione si oppongono secche e ripetute smentite che giungono direttamente dalle fonti curde: un esponente del Partito democratico del Kurdistan iraniano (Kdp) ha dichiarato all’emittente Rudaw, voce autorevole della regione, che nessun contingente delle loro forze ha varcato il confine, gettando più di un ombra sulla reale portata degli eventi.

Il silenzio che segue le esplosioni e il nodo della successione a Khamenei

Al di là delle dichiarazioni, che si tratti di una vera e propria operazione sul terreno o di una serie di incursioni mirate, ciò che è certo è l’intensificarsi della pressione militare. Secondo ricostruzioni incrociate, le ultime 24 ore hanno visto colpire duramente obiettivi sensibili proprio nelle province a maggioranza curda: si parla della completa distruzione di una caserma dell’esercito regolare a Baneh e della base dei Pasdaran, il d’élite dei Guardiani della Rivoluzione, a Sardasht, nota come Jundollah. Colpi che si inseriscono in una strategia più ampia, descritta da fonti della Cnn, che vedrebbe la Cia al lavoro per armare e coordinare le milizie curde, con l’obiettivo dichiarato di innescare una sollevazione popolare che possa approfittare del caos seguito alla decapitazione dei vertici politico-militari. E proprio sulla questione della leadership, a Teheran si consuma un’altra partita cruciale. All’indomani della morte di Ali Khamenei, l’Assemblea degli Esperti, riunitasi in tutta fretta dopo che la sua sede a Qom è finita nel mirino dei raid, avrebbe designato il successore nella figura di Mojtaba Khamenei, figlio secondogenito della Guida scomparsa e da tempo considerato l’erede designato grazie ai suoi profondi legami con l’apparato di sicurezza e i Pasdaran. Una scelta, quella di una successione dinastica in un sistema nato come rivoluzionario, che rappresenta di per sé una cesura storica, ma che deve fare i conti con un quadro politico e militare in rapido e violento mutamento.

Dalla guerra alla Camera: la proposta per dire addio alla carne di cavallo

Su un fronte completamente diverso, a migliaia di chilometri di distanza dai teatri di guerra mediorientali, nella commissione Agricoltura della Camera dei deputati si sta facendo strada una battaglia di natura culturale e legislativa che tocca corde profonde del rapporto tra uomo e animale. Si tratta dell’esame di una proposta di legge, prima firmataria l’onorevole Michela Vittoria Brambilla, che punta a rivoluzionare lo status giuridico degli equidi, riconoscendoli ufficialmente come animali d’affezione. Un cambiamento apparentemente formale che avrebbe conseguenze sostanziali e immediatamente applicabili, prima fra tutte il divieto di macellazione a scopo alimentare, la proibizione della loro esportazione per essere uccisi altrove, e il bando del consumo delle loro carni sul territorio nazionale. Il testo, che gode di un sostegno trasversale raccogliendo firme sia tra i banchi della maggioranza che dell’opposizione, introduce un apparato sanzionatorio pesante per chi dovesse contravvenire alle nuove norme: multe fino a centomila euro e, nei casi più gravi, la reclusione fino a sei anni.

Le ragioni di una svolta, tra etica e numeri in calo

Alla base dell’iniziativa parlamentare, che ha già avviato il suo iter con l’abbinamento di altri testi simili, c’è una lettura attenta dei cambiamenti in atto nella società italiana. I dati Istat fotografano un trend in costante e marcata flessione: si è passati da oltre 70mila macellazioni annue nel 2012 a circa 22mila nel 2024. Un calo che riflette una sensibilità in evoluzione, confermata anche da sondaggi demoscopici come quello condotto da Ipsos, dal quale emerge che solo una minoranza esigua di consumatori inserisce ancora la carne equina nella propria dieta abituale. Tra le ragioni addotte da chi ha scelto di non consumarla più, prevale nettamente un sentimento di empatia e vicinanza verso questi animali, che molti italiani considerano ormai alla stregua di cani e gatti, compagni di vita e non certo fonti di cibo. La proposta di legge, in questo senso, non farebbe altro che allineare l’ordinamento giuridico a un mutamento antropologico già in atto, raccogliendo l’eredità di una tradizione culturale, comune al mondo anglosassone, che da sempre guarda con profondo disagio all’idea di portare in tavola la carne di un animale con cui si è condiviso affetto e lavoro.

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