L’ultimatum di Trump fa crollare il petrolio? Il mercato scommette sul rinvio mentre il Brent scende sotto i 110 dollari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La raffineria di opzioni che si sta consumando sui mercati energetici a poche ore dalla scadenza delle 20 (ora di Washington di martedì 7 aprile) imposta da Donald Trump all’Iran racconta di una volatilità inaudita, una di quelle che fanno impallidire anche i gestori di fondi più scafati. Se da un lato le parole del presidente americano – che ha minacciato di “radere al suolo” ponti e centrali elettriche iraniane se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto al traffico delle petroliere – continuano a tenere il mercato con il fiato sospeso, dall’altro la realtà dei numeri racconta una storia leggermente diversa: il Brent è sceso sotto la soglia psicologica dei 110 dollari al barile, attestandosi intorno ai 109 dollari con un calo dello 0,9%, mentre il WTI, seppur in lieve rialzo, fatica a mantenere i 113 dollari.

Uno stallo che vale miliardi e una risposta iraniana che non arriva

A pesare sulle quotazioni, in questa sessione di contrattazioni segnata da scatti nervosi e improvvisi rallentamenti, è l’ipotesi – sempre più concreta secondo gli addetti ai lavori – che il tycoon possa decidere un rinvio dell’ultimatum. Una proroga, questa, che gli operatori stanno già scontando, alimentando un ottimismo di breve termine che ha fatto respirare le Borse europee: Milano guida i guadagni con un’impennata dell’1,23%, seguita da Parigi e Francoforte. Eppure, basterebbe una dichiarazione ufficiale della Casa Bianca per ribaltare completamente il trend, rispedendo il greggio verso quei picchi di 116 dollari toccati dal Wti nelle ultime ore. Teheran, da parte sua, continua a giocare al gatto con il topo: respinta l’ennesima proposta di tregua veicolata attraverso i mediatori, la Repubblica Islamica non sembra intenzionata a cedere sul punto cruciale della riapertura dello Stretto, quel passaggio navigabile da cui dipende circa un quinto dell’offerta globale di oro nero. La tensione resta altissima, quindi, nonostante la tregua apparente dei listini, e il countdown per evitare il collasso delle infrastrutture iraniane – o peggio – è iniziato.

L’effetto sorpresa della Societe Generale e i danni collaterali della guerra

Se il breve termine vive di fibrillazioni e tatticismi politici, lo scenario a medio termine dipinto dagli analisti è di quelli da manuale di economia di guerra. Societe Generale, in una sa revisione delle stime appena diffusa, ha alzato le previsioni per il 2026, avvertendo che la ripresa del mercato sarà “lenta” anche nell’eventualità – sempre più remota al momento – di una pace immediata. Il punto, spiegano dalla banca d’affari, non è solo la chiusura del canale, ma l’entità dei danni collaterali: gli attacchi alle infrastrutture energetiche saudite (sette missili balistici intercettati nella regione orientale del Regno, con detriti caduti pericolosamente vicino agli impianti) e le interruzioni delle catene di approvvigionamento stanno lasciando cicatrici profonde sul tessuto produttivo dell’area. Anche l’annuncio dell’Opec+ di aumentare le quote di produzione di 206mila barili al giorno a maggio è stato accolto con scetticismo dagli operatori: un aumento puramente teorico, data l’impossibilità di far uscire il greggio dal Golfo Persico.

Il gas si ferma e le conseguenze si vedono già nei mercati

Il blocco de facto imposto dalle guardie rivoluzionarie – che negli ultimi giorni hanno fermato anche due navi cisterna di gas naturale liquefatto del Qatar senza fornire spiegazioni – sta ridisegnando le rotte commerciali globali a una velocità impressionante. La chiusura dello Stretto ha creato un cortocircuito logistico che si traduce in premi record per il petrolio statunitense: le raffinerie asiatiche, tagliate fuori dalle forniture del Medio Oriente, si stanno letteralmente strappando i carichi di Wti, il cui prezzo spot ha raggiunto livelli mai visti prima. L’Arabia Saudita, approfittando della situazione di stallo, ha alzato il prezzo del suo Arab Light per l’Asia a un premio record di 19,50 dollari al barile sopra la media Oman/Dubai. Un ricatto energetico che rischia di innescare una nuova fiammata inflazionistica, mentre gli orologi continuano a scandire i minuti che mancano alla scadenza delle 20.

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