Certificati falsi per evitare i Cpr, Cocco si difende: "Sono luoghi patogeni, mai istigato nessuno"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nicola Cocco, infettivologo ed esponente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, è tra i professionisti indagati dalla Procura di Ravenna nell'ambito di un'inchiesta che contesta a quattro medici il reato di associazione a delinquere finalizzata alla formazione di certificati falsi. Secondo l'ipotesi degli inquirenti, la rete avrebbe avuto l'obiettivo di impedire il trasferimento di migranti irregolari nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio attraverso certificazioni di non idoneità redatte in modo arbitrario.

Cocco respinge con fermezza l'accusa e rivendica la natura della propria attività: "Non abbiamo fatto partire un'associazione che istigava i medici a fare dei certificati falsi. Quello che abbiamo fatto è stato fornire le evidenze di questa patogenicità e definire i criteri, i dilemmi deontologici che gli stessi medici ci hanno posto", ha dichiarato in conferenza stampa.

L'accusa della Procura e il documento circolato tra i sanitari

Il fulcro dell'impianto accusatorio ruota attorno a un documento prestampato, intitolato "bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nei CPR", che secondo gli inquirenti sarebbe circolato tra i camici bianchi di diverse città italiane. Il testo, allegato ad alcuni certificati con cui i medici negavano il nulla osta al trasferimento degli stranieri, è stato rintracciato dalla polizia negli ospedali di Ferrara, Rimini, Bologna e Forlì, oltre che a Roma, Matera, Bari, Biella e Livorno.

È l'utilizzo di questa stessa bozza, secondo la Procura di Ravenna, a dimostrare l'esistenza di un'associazione a delinquere: una rete di medici dediti alla formazione di certificati falsi per bloccare l'accesso ai centri di rimpatrio.

La titolare dell'inchiesta, la pm Angela Scorza, ha disposto perquisizioni che hanno coinvolto complessivamente ventitré professionisti, quasi tutti infettivologi e psichiatri, in nove città italiane. Solo uno risulta iscritto al registro degli indagati con l'ipotesi di associazione a delinquere: Nicola Cocco, considerato dagli inquirenti una sorta di referente nazionale del presunto sistema.

Le indagini, avviate nel febbraio scorso con un primo gruppo di otto medici in servizio al reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Ravenna, hanno preso le mosse da una segnalazione del ministero dell'Interno. Tre dei sanitari ravennati sono stati interdetti dalla professione per dieci mesi, mentre ad altri cinque è stato vietato di occuparsi di certificazioni per i Cpr.

Il Policlinico Sant'Orsola di Bologna e le dottoresse coinvolte

Tra le strutture toccate dalle perquisizioni figura il Policlinico Sant'Orsola di Bologna, dove due dottoresse del reparto di Malattie Infettive sono state coinvolte come persone informate sui fatti. La direzione generale dell'ospedale ha espresso "piena collaborazione" con gli inquirenti e vicinanza alle due professioniste "con fermezza e discrezione", attendendo gli esiti degli accertamenti in corso.

Il direttore del reparto, Pierluigi Viale, ha manifestato la propria solidarietà alle colleghe in un momento definito difficile, sottolineando la necessità di un "assoluto riserbo per rispetto verso la polizia e verso le persone coinvolte".

L'Ordine dei Medici di Bologna, per voce del presidente Luigi Bagnoli, ha chiesto che venga rispettato il ruolo del medico: "I medici non devono essere utilizzati per questioni di tipo politico-repressive: se vogliono indagare, indaghino pure, ma ritengo che la funzione del medico vada rispettata". Bagnoli, nel contempo, non ha nascosto le criticità dei centri: "Le condizioni dentro questi posti sono faticose e chi scende dai barconi difficilmente è in buone condizioni di salute".

La posizione politica e le reazioni

Sulla vicenda è intervenuta con un post pubblico la deputata sarda di Alleanza Verdi Sinistra Francesca Ghirra, che ha espresso solidarietà a Cocco e a tutti i medici coinvolti: "Confermo la mia stima nei confronti del dott. Cocco e della rete No Cpr, oltre che di tutti i medici che svolgono il loro lavoro liberi da condizionamenti, nel pieno rispetto del giuramento di Ippocrate". Ghirra ha inoltre reso noto che le sue conversazioni WhatsApp con il medico sono state acquisite dai pm di Ravenna.

L'avvocato Fabio Anselmo, che assiste cinque medici non indagati, ha denunciato le modalità delle perquisizioni, descrivendo professionisti svegliati prima delle sei del mattino e accompagnati in Questura per il sequestro di cellulari e computer. "Persone che non sono indagate vengono trattate come criminali mafiosi", ha dichiarato il legale, aggiungendo che la moglie incinta di uno dei medici, sconvolta da quanto stava accadendo, ha avuto un malore ed è dovuta ricorrere alle cure del pronto soccorso.

Cocco, che ha spiegato di aver subito due giorni di perquisizioni pur non avendo mai firmato un certificato, ha ribadito la propria tesi: i Cpr sono luoghi patogeni che fanno ammalare le persone trattenute. "Ho visto persone cieche, sulla sedia a rotelle, persone psicotiche che dicevano di essere Nixon, tutti con certificati di idoneità", ha affermato, sostenendo che semmai bisognerebbe indagare sul perché individui malati siano stati inviati nei centri dopo visite definite affrettate e superficiali.

Nel merito della propria eventuale firma su un certificato di idoneità, la sua posizione resta netta: "Certificherei che nessuno è idoneo al Cpr".

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