Il caso Promessi sposi e il “cambiare tutto per non cambiare nulla” secondo Andrea Maggi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando un insegnante come Andrea Maggi, diventato volto noto grazie al docu-reality “Il Collegio”, prende posizione su un caso scolastico, difficilmente si può liquidare il suo intervento come una semplice polemica da addetti ai lavori. Maggi, infatti, ha definito la vicenda legata alla sorte dei “Promessi sposi” nei programmi scolastici una vera e propria “sconfitta della scuola italiana”, usando quelle virgolette che non lasciano spazio a facili entusiasmi. Il romanzo di Alessandro Manzoni, che egli ha ribadito essere “un classico contemporaneo”, si troverebbe così al centro di un dibattito destinato a dividere, piuttosto che a ricomporre, il già fragile tessuto della didattica umanistica.

La proposta che ha acceso l’ennesimo scontro culturale

È stata la Commissione ministeriale, promossa dall’attuale ministro Valditara, a suggerire di sconsigliare la lettura integrale del capolavoro manzoniano nel secondo anno del biennio delle superiori, proponendo di spostarla al quarto anno. Da qui, un acceso dibattito che ha visto schierarsi da un lato i tradizionalisti – tra i quali lo stesso Maggi si riconosce – e dall’altro i sostenitori di una maggiore flessibilità nei curricula. L’errore di prospettiva, a suo avviso, non sta tanto nel posticipare un’opera complessa quanto nel privare gli studenti più giovani di un testo che, va ricordato, è entrato nei programmi scolastici già negli anni Settanta dell’Ottocento proprio per affiancare ai modelli di prosa del Cinquecento e del Trecento un “classico contemporaneo”.

Le nuove Indicazioni Nazionali e il giudizio senza appello

Su quelle che vengono chiamate Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei – ben mille pagine di direttive, sebbene ancora in attesa di formalizzazione – il giudizio di Maggi è lapidario, e per certi versi già scritto: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”. Una frase, questa, che aveva già utilizzato per le indicazioni del primo ciclo e che ora ripropone senza particolari attenuanti. Nonostante il profluvio di parole, il metodo didattico tradizionale nei licei rimarrà immutato; di conseguenza, gli studenti che supereranno l’esame di maturità si troveranno davanti agli stessi problemi di oggi, fino a chiedersi, forse con un pizzico di amarezza: “Cosa ho imparato in più rispetto a ciò che sa già fare ChatGPT?”.

La contrazione di Dante e il sintomo di una “deminutio”

L’abbozzo delle nuove indicazioni, pur nella sua provvisorietà, prefigura orientamenti che molti – non solo Maggi – leggono come un progressivo arretramento. In area umanistica, balza all’occhio la contrazione notevole dello studio della “Commedia” di Dante, ridotta da tre a due anni, mentre per Manzoni si consiglia la sostituzione del suo capolavoro nel secondo anno con “letture alternative”. A ciò si aggiunge la prescrizione di dare maggiore attenzione alla lettura dei testi, adombrando – quasi senza nominarla – la poetica degli autori e le correnti letterarie. Non serve, a questo punto, parlare di apologia delle radici o di patrimonio da tutelare: quel che emerge è la fallacia di una vuota propaganda, dove la civiltà occidentale viene invocata come snodo principale della storia proprio mentre se ne ridimensionano i cardini fondamentali.

Un dibattito che prescinde dalle mode politiche

Va da sé che la rielezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, ormai più di un anno fa, non c’entra nulla con questa vicenda; e nominarla sarebbe soltanto un modo per distogliere l’attenzione dai fatti. I fatti, appunto, parlano di una scuola italiana che – almeno secondo Maggi – arretra proprio dove dovrebbe avanzare, e di una riforma che promette svolte epocali ma finisce per ingessare un metodo già logoro. I “Promessi sposi” diventano così il simbolo di una contesa più ampia, quella tra il diritto alla complessità – anche a quindici anni – e la ricerca affannosa di programmi sempre più leggeri, sempre più frammentati. Se poi tutto questo sia o meno una “sconfitta”, lo diranno gli studenti senza bisogno di interpreti.

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