Federica Brignone e quel pensiero dopo il doppio oro: “Scambierei le medaglie per la vita prima dell’infortunio”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
È tarda sera a Cortina, e Federica Brignone, dopo aver trascorso una giornata interminabile, cammina all’altezza dell’Hotel de la Poste. Il freddo è pungente, la stanchezza si fa sentire – per non parlare dei pasti saltati – e tra le tante emozioni, che vanno dalle pratiche burocratiche ai festeggiamenti sul podio, ci sono state anche le telefonate di Deborah Compagnoni e Alberto Tomba. La tentazione di andare a Casa Austria, dopo l’abbraccio ricevuto a Casa Italia, è forte, ma il peso di quanto accaduto nelle ultime ore, con la storica domenica dei record che ha visto l’Italia superare il primato di medaglie di Lillehammer '94, rende ogni gesto più complesso. I Giochi Olimpici Invernali del 2026 proseguono oggi, lunedì 16 febbraio, con un programma ricchissimo che mette in palio pesanti medaglie per i colori azzurri – dallo slalom speciale di Bormio al ghiaccio di Milano – ma per la valdostana, che ha appena conquistato il secondo oro in gigante, la mente torna indietro di dieci mesi, a quando un infortunio tremendo aveva messo in dubbio non solo la carriera, ma la sua stessa vita quotidiana.
Federica Brignone, che ha assaporato sino all’ultimo secondo ogni emozione vissuta in una giornata che resterà nella storia dello sport italiano – con l’Inno di Mameli, i bagni di folla prima e dopo l’approdo al quartiere generale della nazionale – ha però confessato un pensiero che lascia spazio a una riflessione più intima e profonda. “Scambierei le mie due medaglie per tornare indietro e non avere questo infortunio, di questo sono sicura”, ha ammesso la campionessa, che pure ha appena eguagliato Alberto Tomba, l’unico italiano capace di vincere due ori nella stessa edizione dei Giochi, a Calgary 1988. Nonostante la gioia immensa, e le telefonate ricevute proprio dal bolognese – che scherzando le ha chiesto se farà lo slalom per il terzo oro, ricevendo in cambio una battuta sulla serata a Casa Austria – e da Deborah Compagnoni, che l’ha elogiata definendo la sua impresa un prodigio, il pensiero corre a quei dieci mesi di sofferenza. Una sofferenza che lei stessa racconta con una schiettezza rara: “Non so se potrò giocare di nuovo a tennis”, ha aggiunto, quasi a voler ricordare che dietro l’atleta c’è una persona che convive ogni giorno con il dolore e la paura.
La paura di scendere e la tranquillità ritrovata
La sua Olimpiade memorabile, che fino a poche settimane fa sembrava ancora appesa a un filo, diventa così leggenda anche per un altro motivo: perché se il SuperG aveva rappresentato un miracolo, il bis ha del sovrannaturale. “Ho sciato davvero tranquilla, fin troppo, mi è sembrato quasi facile”, ha sorriso la campionessa, che però non nasconde il rovescio della medaglia. “Scendo con la paura di morire”, ha detto in un passaggio particolarmente toccante, rivelando quel conflitto interiore che accompagna ogni sua discesa. In queste Olimpiadi Brignone è arrivata paradossalmente in stato di grazia – la gamba a pezzi, ma la testa da vera numero uno – e si è presa la quinta medaglia a cinque cerchi della carriera. A 35 anni, l’azzurra che tutto il mondo ci invidia non può non godersi la rinnovata età dell’oro, ma lo fa con la consapevolezza di chi ha pagato un prezzo alto per tornare a stare su quei binari immaginari sui quali i suoi sci si muovono senza scodare mai, senza alzare un filo di neve.
Le telefonate delle leggende e l’ironia di Tomba
Leggenda chiama e leggenda risponde: da una parte del telefono il bolognese Alberto Tomba, dall’altra Federica Brignone, fresca vincitrice della medaglia d’oro nello slalom gigante. “Complimenti, fai anche lo slalom per il terzo oro?”, le ha chiesto scherzando Tomba, 59enne, ricevendo la pronta replica ironica della valdostana: “Sì, lo slalom lo faccio stasera a Casa Austria”. Poco dopo è arrivata anche la telefonata di Deborah Compagnoni, prima di oggi l’ultima medaglia d’oro italiana in slalom gigante, a Nagano 1998: “Sei stata fantastica, è davvero un prodigio questo qua. Mi sono venuti in mente tanti pensieri di quello che hai sofferto per arrivare qua in questo anno”, ha detto la campionessa, che ha poi aggiunto un semplice ma sentito “Sei troppo brava”. Queste testimonianze, che arrivano da chi ha scritto pagine indimenticabili dello sci azzurro, confermano la dimensione epica dell’impresa compiuta da Brignone.
Un’impresa costruita sulla sofferenza
Il controllo di cui Federica Brignone ha parlato in questi giorni si è visto dai binari immaginari sui quali i suoi sci si muovono senza esitazioni, come se sciare fosse la cosa più naturale al mondo – cosa che non è e non può essere nel dolore che solo due giorni fa raccontava come una costante della sua vita da dieci mesi a questa parte. Lo ha raccontato bene anche il fratello Davide, raggiante: “Siamo in un momento fantastico e me lo godo. Federica riesce sempre a concentrarsi al massimo, anche quando sente dolore – a volte più forte, a volte meno. Ha stupito tutti, anche me”. Un ritorno alle competizioni, quello della “Tigre”, che assume i contorni della favola proprio perché costruito su una quotidianità fatta di fatica fisica e mentale. Sul traguardo la scena è stata potente: Sara Hector e Thea Louise Stjernesund si sono inchinate simbolicamente davanti a lei, un’immagine che racconta più di mille parole la dimensione della sua superiorità in una gara chiusa con il tempo complessivo di 2'13"50, con l’argento staccato di 62 centesimi.




