Le nuove geometrie della diplomazia americana e la lenta presa d'atto di un'Europa in difficoltà

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le schermaglie di Monaco, quelle che solo pochi giorni fa sembravano poter lacerare il tessuto già provato delle relazioni transatlantiche, paiono essersi placate, lasciando spazio a una riflessione più profonda e, per certi versi, amara, nelle cancellerie del Vecchio Continente. Gli interventi del cancelliere tedesco Friedrich Merz e del presidente francese Emmanuel Macron, seppur animati dalla nobile intenzione di riaffermare un'identità europea, hanno finito col fotografare, loro malgrado, la crescente distanza da Washington, una distanza che l'amministrazione Trump, con il presidente saldamente alla Casa Bianca, non ha alcuna intenzione di colmare tornando semplicemente al passato. È bastato l'intervento, dai toni misurati ma estremamente chiari, del segretario di Stato americano Marco Rubio per ribadire il concetto: il mondo è cambiato, e quello scudo atlantico su cui l'Europa ha fatto affidamento per decenni – sia esso militare od economico – non è più dato per scontato, né tantomeno è incondizionato. La presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, con il suo consueto pragmatismo, ha colto nel segno osservando come sia necessario concedere del tempo per assimilare una trasformazione così radicale degli equilibri, suggerendo, nelle more di questo complesso adattamento, l'opportunità per tutti di abbassare i toni dello scontro verbale.

La ri-definizione dei ruoli secondo l'amministrazione Trump: alleati, non vassalli

Il messaggio che Marco Rubio ha portato prima a Monaco e poi, con ancor maggiore enfasi, durante la sua visita a Bratislava è stato infatti inequivocabile e privo di quelle asprezze retoriche che avevano caratterizzato l'intervento dell'anno precedente del vicepresidente J.D. Vance. Rubio, incontrando il primo ministro slovacco Robert Fico, ha esplicitamente dichiarato che gli Stati Uniti non cercano "vassalli" in Europa, ma desiderano "partner" forti e consapevoli -1-6. Un'affermazione che, a una prima e superficiale lettura, potrebbe apparire come un'apertura conciliante, ma che nella sostanza ribalta completamente il paradigma delle relazioni: non più un protettorato in cui Washington si assume il peso principale della sicurezza, bensì un'alleanza tra soggetti che devono saper camminare con le proprie gambe. L'invito, anzi, la richiesta implicita è che l'Europa si faccia carico di un maggior peso, riducendo quella "dipendenza" strategica che, agli occhi dell'attuale amministrazione, ha finito per indebolire l'intero blocco occidentale di fronte alle sfide globali -10. Non si tratta, ha tenuto a precisare il segretario di Stato, di un disimpegno unilaterale dalla Nato, quanto piuttosto di una rivitalizzazione dell'alleanza basata su una più equa ripartizione degli oneri e delle responsabilità, un concetto che trova terreno fertile soprattutto in quei paesi dell'Europa centrale, come la Slovacchia e l'Ungheria di Viktor Orbán, da lui stesso visitati al termine della conferenza, che da tempo spingono per un rapporto diverso con Bruxelles e con Washington -1-6.

La reazione europea tra riarmo, dialogo nucleare e inquietudini spagnole

Di fronte a questa nuova realtà, le reazioni dei leader europei si sono articolate in modo composito, rivelando le crepe e le diverse sensibilità all'interno dell'Unione. Da un lato, Keir Starmer e Ursula von der Leyen hanno rilanciato con forza il tema del riarmo e di una maggiore autonomia strategica, un concetto che implica investimenti massicci in capacità difensive comuni e che ha ricevuto un impulso inaspettato dalle parole di Macron e Merz a Monaco -4. Il presidente francese, forte della deterrenza nucleare del suo paese, ha rivelato di aver avviato un "dialogo strategico" con la Germania e altre nazioni, tra cui si vocifera Polonia e paesi baltici, per estendere il proprio ombrello atomico in funzione di una protezione comune europea, un tabù infranto che segna uno spartiacque storico nel dibattito sulla difesa continentale -8. Dall'altro lato, però, emergono resistenze e distinguo, come quelli del presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez, la cui opposizione a uno sviluppo accelerato di capacità nucleari o a determinate configurazioni della difesa comune rischia di rallentare un processo che richiederebbe invece decisioni rapide e univoche. Le sue rimostranze, focalizzate sulla necessità di evitare derive che possano minare le politiche di coesione o aprire a scenari bellici indesiderati, rappresentano la voce di un'Europa del Sud che guarda con preoccupazione a una corsa al riarmo che potrebbe distogliere risorse da altre priorità.

La "nascita" di un'Europa possibile secondo Massolo e i segnali di vita oltre la crisi

In questo quadro di fibrillazione e di apparente smarrimento, l'analisi dell'ambasciatore Giampiero Massolo, rilasciata a Giampaolo Belardelli, offre una chiave di lettura più sfumata e, per certi versi, sorprendente. Secondo l'ex segretario generale della Farnesina, a Monaco non si sarebbe consumata soltanto la resa dei conti con gli Stati Uniti di Trump, ma sarebbe emerso, forse per la prima volta con chiarezza, il germe di quella che definisce "l'Europa del possibile". Un'Europa che, messa di fronte alla necessità di fare i conti con un mondo in cui non può più delegare completamente la propria sicurezza a terzi, è chiamata a compiere un salto di qualità, abbandonando le visioni puramente burocratiche per abbracciare logiche di potenza e di responsabilità condivisa. I "segnali di vita" lanciati dal continente, seppur frammentari e disordinati come nel caso delle discussioni sul nucleare francese o degli annunci di Macron sulla necessità di diventare una "potenza geopolitica", testimoniano una ritrovata consapevolezza. Non si tratta più, come in passato, di rivendicare un'autonomia teorica, ma di costruire, giorno dopo giorno e nonostante le resistenze interne, gli strumenti per esercitare una sovranità che altrimenti rischierebbe di essere definitivamente erosa dalle dinamiche imposte da Washington e dalle altre potenze globali. La partita, insomma, è solo all'inizio, e le prossime mosse di Berlino, Parigi e delle istituzioni europee saranno cruciali per capire se a quelle parole seguiranno i fatti.

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