La “lista nera” di Prescrire: 108 farmaci che curano meno di quanto nuociono e le regole per assumerli con cautela
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Redazione Salute
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C’è un esercizio di onestà intellettuale, nel mondo della medicina, che ricorre puntuale ogni anno e che, proprio perché scomodo, meriterebbe ben altra attenzione rispetto a quella che solitamente gli viene riservata. Stiamo parlando del dossier pubblicato dalla rivista indipendente Prescrire International, che per il 2026 ha aggiornato il suo elenco di quei medicinali il cui bilancio tra benefici e rischi – come sottolineano gli esperti – pende decisamente dalla parte sbagliata. Sono 108 i principi attivi finiti al centro di questo report (anticipato in esclusiva dal numero di aprile del Salvagente), una sorta di bussola per orientarsi in un mercato farmaceutico dove la presenza in commercio non equivale necessariamente a un vaglio definitivo di sicurezza.
L’analisi, condotta dalla rivista francese che vanta il non secondario merito di finanziarsi esclusivamente tramite abbonamenti (rifiutando così qualsiasi forma di pubblicità industriale), non lascia spazio a fraintendimenti. Nel mirino finiscono, in particolare per quanto riguarda la gestione del dolore e dei disturbi reumatici, farmaci di largo consumo come il diclofenac orale o l’aceclofenac, ritenuti troppo rischiosi per l’apparato cardiovascolare se paragonati ad antinfiammatori altrettanto efficaci ma meno pericolosi, come l’ibuprofene o il naprossene prescritti al dosaggio minimo. Non va meglio per i cosiddetti “miorilassanti” – si pensi al tiocolchicoside – dove l’efficacia rasenta spesso quella di un placebo, esponendo invece il paziente a rischi concreti come la genotossicità o le convulsioni.
L’arte di prendere una compressa: più complessa di quanto sembri
Se da un lato la “lista nera” ci avverte di cosa sarebbe meglio evitare, dall’altro emerge una questione altrettanto delicata: quella del *come* si assumono i farmaci che, invece, sono realmente necessari. Non è un dettaglio da poco, perché l’errore più comune, paradossalmente, inizia nel momento stesso in cui apriamo la confezione. Come spiega Gianni Sava, direttore di SIFMagazine (Società Italiana di Farmacologia), una volta ingerito, il principio attivo inizia un viaggio complesso: deve entrare nel sangue, passare attraverso il fegato (dove potrebbe subire trasformazioni che ne riducono l’attività) oppure essere immagazzinato nel grasso prima di venire eliminato con le urine. Interferire con questo meccanismo, magari per una svista, può compromettere l’intera terapia.
Quante volte, per facilitare la deglutizione, abbiamo spezzato una compressa o ne abbiamo nascosta la polvere nello yogurt? Ebbene, secondo i farmacologi si tratta di una pratica da evitare come la peste. Il rivestimento di una pillola, così come la sua struttura, è studiato per resistere ai sucidi gastrici o per rilasciare il principio attivo nell’esatto punto dell’intestino dove deve essere assorbito. Manipolarlo significa alterare la biodisponibilità del medicinale, rischiando o un sovradosaggio immediato o, al contrario, l’inefficacia totale della cura.
Latte, succhi e posture: cosa dice la farmacologia sugli errori quotidiani
Lo scenario si infittisce quando si parla di ciò che beviamo per mandare giù la pastiglia. L’acqua rimane l’unica alleata affidabile. Bere tè, succhi di frutta o – peggio ancora – latte può rivelarsi controproducente: il calcio presente nei latticini, per esempio, interferisce in modo pesante con l’assorbimento di alcuni antibiotici (come le tetracicline) e di altri principi attivi, annullandone di fatto l’effetto. E non si tratta solo di bevande; persino la posizione che assumiamo in quel momento fa la differenza. Assumere un farmaco stando sdraiati o in una posizione non eretta rischia di rallentare il transito verso lo stomaco, esponendo l’esofago a irritazioni o impedendo il corretto dissolvimento della compressa.
La cronaca di questi errori, per quanto possa sembrare un deja-vù, non smette di essere attuale. I casi di malasanità o di effetti collaterali evitabili legati a un uso incauto dei medicinali sono una costante, che si tratti di abuso di Fans per un semplice mal di testa o della conservazione impropria delle scorte domestiche. Avere in casa un pronto soccorso ideale – composto magari da paracetamolo per la febbre, un antinfiammatorio per i dolori occasionali, un antiacido e un antistaminico – è utile, ma solo se si conoscono a fondo le regole del gioco. La consapevolezza, in questo campo, è l’unico vero contrappeso al rischio di trasformare un rimedio in una minaccia.




