Anthropic e OpenAI, la competizione sull’AI cyber si sposta sul terreno del rilascio selettivo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Nel panorama dell’intelligenza artificiale, che negli ultimi mesi sta vivendo un’accelerazione tanto evidente quanto difficile da inquadrare nei suoi effetti a lungo termine, emergono sempre più spesso scenari che intrecciano sviluppo tecnologico, sicurezza nazionale e dinamiche geopolitiche. È proprio in questo contesto che si inserisce il caso di Anthropic e del suo nuovo modello denominato Mythos, una soluzione che, stando a quanto dichiarato dalla stessa azienda, sarebbe così potente da non poter essere resa pubblica. La dichiarazione, che a prima vista potrebbe sembrare una strategia di marketing, è stata invece suffragata da test indipendenti: il modello, spiegano i tecnici, è in grado di individuare vulnerabilità nei sistemi operativi e nei browser più comuni, arrivando a sviluppare exploit funzionanti in autonomia. Una scoperta, quella dell’azienda guidata da Dario Amodei, che ha subito attirato l’attenzione dell’amministrazione Trump; fonti vicine al dossier rivelano che il nuovo modello è già stato condiviso con ristrette cerchie governative, nonostante il contenzioso aperto tra il presidente e la società per la posizione di quest’ultima sull’uso bellico dell’AI.
L’asimmetria della nuova cyber kill chain
A complicare ulteriormente il quadro ci pensa OpenAI, che ha risposto a stretto giro con il suo GPT.4-Cyber. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a un modello specializzato nel rafforzare le difese digitali e nello scovare falle nel software, ma il suo approccio alla distribuzione sembra differire radicalmente da quello del rivale. Se Anthropic ha optato per un accesso limitatissimo, paragonabile a una closed beta per pochi partner selezionati come Amazon e Apple, OpenAI ha invece scelto un rilascio graduale ma più esteso, attraverso il programma "Trusted Access for Cyber". L’obiettivo dichiarato di Sam Altman è quello di estendere progressivamente l’accesso a migliaia di utenti selezionati, una mossa che alcuni analisti interpretano come un tentativo di democratizzare la sicurezza informatica, ma che altri vedono come una corsa imprudente verso un’arma a doppio taglio. Il punto centrale, che emerge dall’analisi dei report di settore, è che la capacità di scoperta delle vulnerabilità sta accelerando molto più velocemente della capacità di correggerle (la cosiddetta remediation), creando una nuova e pericolosa asimmetria.
L’accelerazione della scoperta e il collo di bottiglia delle patch
Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di tempi. I dati forniti dalle società di analisi dimostrano che, mentre l’AI è capace di trovare una falla in pochi minuti e di scrivere un exploit funzionante nel giro di un’ora, la macchina organizzativa delle aziende e delle istituzioni impiega ancora giorni, se non settimane, per testare e installare una patch. Questa asincronia, spiegano gli esperti di cybersecurity, rischia di vanificare gli sforzi difensivi: l’attaccante, una volta ottenuto l’exploit, avrà una finestra di vulnerabilità molto più ampia rispetto al passato. Nel caso specifico di Mythos, Anthropic ha ammesso che oltre il 99% delle vulnerabilità scoperte dal modello durante i test interni non sono state ancora patchate, il che obbliga l’azienda a mantenere il massimo riserbo sui dettagli tecnici per evitare che cadano nelle mani sbagliate. È una sorta di paradosso della sicurezza: lo stesso strumento che potrebbe rivoluzionare la difesa informatica, nelle mani sbagliate o semplicemente se gestito con superficialità, rappresenta il rischio più grave per l’integrità dei sistemi globali.
Strategie a confronto tra i due colossi
La divergenza strategica tra le due aziende, dunque, non riguarda tanto la potenza di calcolo o l’architettura dei modelli, quanto piuttosto la governance del rischio. Da un lato, Anthropic sembra propendere per una logica di contenimento assoluto: meno occhi vedono il mostro, minore è la probabilità che qualcuno lo scateni. Dall’altro, OpenAI scommette su una sorta di "immunità di gregge": allargando il numero di difensori abilitati all’uso dell’arma, si spera di innalzare così tanto le barriere difensive collettive da scoraggiare qualsiasi attacco su larga scala. Entrambe le filosofie, per quanto opposte, nascono dalla stessa consapevolezza: l’era in cui le vulnerabilità erano nascoste dall’oscurità è finita. Oggi, l’AI le "vede" tutte, e la vera sfida non è più solo tecnica, ma etica e logistica. La partita che si gioca in queste settimane, insomma, stabilirà le regole del prossimo decennio in fatto di cybersicurezza, dove l’accesso selettivo ai modelli più avanzati diventerà la nuova frontiera della guerra tecnologica.




