La sentenza sul risarcimento a Sea Watch e le reazioni del governo tra aspetti giudiziari e tensioni politiche
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria legata alla nave Sea Watch 3, quel simbolo, volenti o nolenti, di una contrapposizione aspra sulle politiche migratorie dell’estate 2019, ha avuto un nuovo capitolo, e di quelli che lasciano il segno. Il tribunale civile di Palermo, con una sentenza destinata a far discutere a lungo, ha stabilito che lo Stato italiano deve risarcire l’ong tedesca con una somma che supera i 76mila euro, una cifra alla quale vanno aggiunte poi le spese legali, quantificate in ulteriori 14mila euro -2-3. Si tratta, nel dettaglio, del riconoscimento di un danno patrimoniale subito dall’organizzazione a causa di un fermo amministrativo considerato, all’esito del giudizio, illegittimo. Un provvedimento, quello cautelare, che era scattato dopo lo sbarco a Lampedusa dei 42 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale, un’operazione al comando della quale c’era Carola Rackete, all’epoca capitana della nave e oggi europarlamentare, finita suo malgrado al centro di un caso diplomatico e politico di portata nazionale.
Le ragioni di una condanna e il meccanismo del silenzio-assenso
Se la memoria corre subito alle immagini di quell’approdo forzato nel giugno 2019 e al contatto, durante le manovre, con una motovedetta della Guardia di finanza, il fulcro della decisione dei giudici palermitani poggia su un aspetto più tecnico, legato ai meccanismi burocratici e ai tempi della pubblica amministrazione. La nave, dopo i fatti, era stata posta sotto sequestro dalla Prefettura di Agrigento, un atto che si basava sul cosiddetto decreto Sicurezza bis, la legge voluta dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Quello che però è emerso nel corso dell’istruttoria, e che ha portato alla condanna, è che la stessa Prefettura, dinanzi all’opposizione presentata da Sea Watch il 21 settembre 2019, non ha risposto nei termini previsti -2. La normativa, in questi casi, è piuttosto chiara: se l’autorità amministrativa non si esprime entro dieci giorni con un provvedimento motivato che rigetti l’istanza, scatta il meccanismo del silenzio-assenso, che di fatto rende inefficace il sequestro. Un’inerzia, quella dell’ufficio territoriale del Viminale – lo stesso ministero guidato da Salvini – che ha protratto il blocco dell’imbarcazione ben oltre la data in cui era venuto meno il Titolo giuridico per trattenerla. Solo il 19 dicembre, su ricorso della ong, il tribunale ordinò la restituzione della nave, ma nel frattempo le spese di ormeggio, di agenzia e per il carburante necessario a mantenere in efficienza la Sea Watch 3 avevano continuato a maturare, ed è questo il danno che ora lo Stato è chiamato a ripianare -7-9.
La reazione della politica e le accuse alla magistratura
La pubblicazione della sentenza, come era prevedibile, ha scatenato una reazione veemente da parte della maggioranza di governo, inserendosi in un clima politico già incandescente a ridosso della campagna referendaria sulla giustizia. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un video diffuso sui social, ha parlato di una decisione che lascia “letteralmente senza parole”, definendola l’ennesima in una “serie di decisioni oggettivamente assurde” prese da una parte della magistratura -1-6. Nel suo intervento, la premier ha collegato idealmente questo caso ad altri recenti provvedimenti giudiziari, evocando l’immagine di un potere che si metterebbe “di traverso” rispetto alle politiche di contrasto all’immigrazione irregolare volute dall’esecutivo. Critiche, le sue, che si sono appuntate in particolare sull’assoluzione in sede penale della Rackete – motivata allora con lo stato di necessità e l’adempimento del dovere di soccorso – e su quello che viene percepito come un “premio” alla disobbedienza civile, citando tra l’altro il commento della stessa ong che aveva esultato per una vittoria del diritto -4-8.
Sulla stessa lunghezza d’onda si è posto il vicepremier Matteo Salvini, per il quale il risarcimento rappresenta una sorta di paradosso, un premio con i soldi degli italiani a chi forzò un divieto del governo speronando, come ha tenuto a sottolineare, una motovedetta delle forze dell’ordine. L’ex ministro dell’Interno, che di quella linea dei porti chiusi era il principale artefice, ha colto l’occasione per rilanciare il suo appello a votare “sì” nel prossimo referendum, strumento utile, a suo dire, per cambiare una giustizia che non funziona -5. Non è mancata infine la presa di posizione del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che pur con toni più misurati ha parlato di “abnormità” della sentenza, unendosi al coro di chi vede in questo verdetto un ulteriore ostacolo al rispetto delle leggi dello Stato -1.
Il chiarimento dei magistrati e il merito della vicenda
A fronte di una lettura politica che tende a generalizzare e a inquadrare il caso in una presunta contrapposizione frontale tra governo e toghe, non sono tardate ad arrivare le repliche da parte degli stessi ambienti giudiziari, chiamati in causa direttamente. Il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha voluto puntualizzare alcuni aspetti, partendo da un presupposto: denigrare un giudice per una sentenza non gradita, e per di più senza conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con l’esercizio del diritto di critica -3. La decisione, ha tenuto a ricordare, è stata emessa da una magistrata competente dopo aver esaminato il materiale probatorio e aver ascoltato le parti in contraddittorio. Un concetto ribadito con forza anche dal procuratore generale di Cagliari, Luigi Patronaggio, il quale ha invitato a leggere il provvedimento con onestà intellettuale: la sentenza non affronta temi politici, ma si limita a riconoscere un risarcimento per un fermo divenuto illegittimo perché non supportato da un valido provvedimento amministrativo nei tempi dovuti -3. Una banalizzazione, se vogliamo, che aiuta a comprendere la natura della vicenda: non è dissimile, ha spiegato Patronaggio, dal caso di un cittadino a cui venga sequestrata l’auto senza un valido verbale e che, a ragione, ne chieda la restituzione e il risarcimento dei danni subiti -3.
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description: Il tribunale di Palermo condanna lo Stato a risarcire l'ong Sea Watch con oltre 76mila euro per il fermo illegittimo della nave nel 2019. Dure reazioni di Meloni e Salvini, che parlano di sentenza assurda e attaccano i giudici. I magistrati replicano: è solo una questione di inerzia amministrativa.




