Alice Giroldini, il debutto al Duse e il fascino nero di “Il funerale di mia madre”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’attesa palpabile, nei cartelloni teatrali che si stanno definendo in queste settimane, per l’arrivo di uno spettacolo che mescola la crudezza della cronaca economica al più classico degli umori britannici. A Genova, sul palcoscenico del Teatro Eleonora Duse, sta per andare in scena “Il funerale di mia madre. The show”, opera della drammaturga inglese Kelly Jones che, dopo il successo raccolto all’Edinburgh Fringe Festival del 2024, approda in Italia con una messinscena curata da Francesca Montanino. A dare Corpo e voce a questa storia amara, che parla di lutti e di bilanci familiari stretti fino all’osso, sarà un trio di attori formatisi alla scuola “Mariangela Melato” del Teatro Nazionale di Genova: Elsa Bossi, Mauro Parrinello e, soprattutto, Alice Giroldini.
La giovane attrice, che si racconta alla vigilia di questo debutto particolarmente sentito – un debutto “in casa”, potremmo dire – rivela una convinzione radicata nel tempo. «Ho sempre voluto fare l’attrice, fin da quando ero minuscola», confessa Giroldini, restituendo l’immagine di una vocazione inossidabile, cresciuta ben prima che il palcoscenico diventasse un mestiere [citation:original]. Quella che sta per interpretare, tuttavia, è una protagonista, Abigail, alle prese con un paradosso drammatico e al tempo stesso tragicomico: sua madre è morta, ma lei non può permettersi che lo sia, o meglio, non può permettersi il funerale. Morire, nel Regno Unito, costa oltre quattromila sterline, una cifra che diventa il motore narrativo di una pièce dove la necessità economica spinge la drammaturga di professione a scrivere un testo sull’unica storia che ha a disposizione, quella della genitrice defunta, trasformando il lutto in uno show per sopravvivere.
Si tratta di un’operazione che, sotto la superficie della commedia infarcita di humor nero – quello che ricorda i toni di Joe Orton o dei Monty Python – cela una riflessione feroce sulla disuguaglianza sociale e sulla precarietà della creazione artistica. La regia, affidata a Francesca Montanino insieme allo stesso Mauro Parrinello, cerca di restituire quella verità spiazzante che già aveva colpito il pubblico scozzese: un gioco di specchi tra finzione e realtà in cui, per citare le note di regia, si resta spogliati di ogni pregiudizio, colpiti da un risata inaspettata che fa riflettere a distanza di giorni. Per Alice Giroldini, affrontare questo testo significa calarsi in una parte che è un pugno nello stomaco, un’occasione per misurarsi con una scrittura contemporanea che non teme di mescolare l’intimità familiare alla denuncia politica.
Matteo Cambi, il guru della margherita: dal successo sfrenato al carcere e alla rinascita
Se c’è una storia che incarna il paradosso del successo italiano a cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila, quella è la parabola di Matteo Cambi, l’imprenditore carpigiano che trasformò una semplice margherita stilizzata in un simbolo generazionale. Cambi, che in questi giorni torna alla ribalta grazie a una docuserie in due episodi su Sky Crime, ricorda con lucidità il momento esatto in cui si formò il primo anello di quella che lui stesso definisce, citando Dickens, la sua “catena”. «Sicuramente il giorno in cui con Gianmaria Montacchini abbiamo disegnato la margherita che è diventata il simbolo di Guru, mentre eravamo a pranzo a Riccione», rivela Cambi, individuando in quell’istante il punto di non ritorno. Era il 1999, e con il lancio del marchio Guru – nato anche grazie a un’eredità di 500 milioni di lire ricevuta dal padre, morto quando lui aveva solo cinque anni – partiva la cavalcata di un ragazzo che aveva capito prima degli altri il potere del personal branding.
L’ascesa fu fulminea: sponsorizzazioni nella Formula 1 accanto a Flavio Briatore, testimonial d’eccezione come Paolo Maldini e Christian Vieri, e un’espansione che portò i ricavi a toccare i 100 milioni di euro. Cambi, allora poco più che ventenne, non solo vendeva magliette ma uno stile di vita, un’appartenenza a un mondo fatto di locali esclusivi come il Billionaire di Porto Cervo e di un’edonismo spensierato che anticipava l’era degli influencer. «La bella vita era diventata la mia vita», sintetizza oggi, con il senno di poi, colui che fu definito un precursore: “Credo di aver capito prima alcune dinamiche”, spiega Cambi, osservando che mentre oggi gli influencer creano community virtuali, la sua era reale, fatta di vip e di gente comune che indossava il fiore per sentirsi parte di qualcosa.
Ma la catena, per citare ancora Dickens, poteva essere anche di ferro. Dietro l’impero della margherita si nascondeva una spirale di dipendenze che avrebbe portato alla rovina. La cocaina, racconta Cambi senza mezzi termini, “gestiva le mie emozioni. Facevo dieci pezzi al giorno. Nei momenti peggiori, spendevo 200 mila euro in un giorno e consumavo fino a otto grammi”. La caduta, quando arrivò, fu altrettanto rapida dell’ascesa. Nel 2008, con l’azienda sommersa da un debito che superava i 100 milioni di euro, arrivò l’arresto per bancarotta fraudolenta. «Paradossalmente, l’arresto è stata una liberazione», confessa oggi Cambi, ricordando i tre mesi di carcere e gli arresti domiciliari come l’inizio di un percorso di ricostruzione. Un tentativo di salvataggio, in extremis, lo fece Flavio Briatore, che provò a fargli vendere l’azienda al momento opportuno, ma Cambi – perso nei suoi eccessi – non lo ascoltò.
L’eredità di un’icona pop e il ritorno alla normalità
Il marchio Guru, dopo il fallimento, passò prima al colosso indiano Bombay Rayon Fashions e successivamente a una società monegasca, cambiando pelle e perdendo quella carica eversiva che lo aveva reso celebre. Il suo creatore, invece, ha dovuto affrontare un percorso lungo e doloroso per uscire dall’incubo. Oggi Matteo Cambi è un uomo diverso: sposato, con due figlie, dedito a progetti di consulenza creativa e a tour nelle scuole dove racconta la sua storia per mettere in guardia i più giovani. «Rifarei tutto. Tranne la droga», afferma con la forza di chi ha toccato il fondo e ha avuto la rara fortuna di risalire.
Se potesse tornare indietro, sceglierebbe di costruire lentamente, con un ritmo più umano, allontanando quelle «persone che approfittavano» di lui e che alla fine lo lasciarono solo con chi lo assecondava. Quella lezione, pagata a caro prezzo tra comunità di recupero e cadute successive, è diventata oggi il suo nuovo modo di fare impresa. Nel panorama attuale, osserva Cambi, manca una fascia intermedia: o si è grandi marchi del lusso o si è fast fashion, e la creatività si è ridotta a riletture piuttosto che a vere intuizioni. Eppure, la sua eredità rimane: quella capacità di leggere il mercato e di costruire un linguaggio visivo capace di unire, un’intuizione che negli anni Duemila fece di una margherita non solo un logo, ma lo specchio di un’intera generazione.




