Folorunsho, insulti a Hermoso: il video c'è, ma la prova tv è inutilizzabile
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Redazione Sport
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Le immagini, ormai virali, lasciano poco spazio all'interpretazione: durante il teso finale di Cagliari-Roma, il centrocampista rossoblù Michael Folorunsho ha rivolto al difensore giallorosso Mario Hermoso una raffica di insulti pesantissimi e sessisti, tutti concentrati sulla figura materna dell'avversario. Quelle frasi, pronunciate nel furore del campo, sono state catturate in modo netto dalle telecamere televisive, generando un'immediata e comprensibile ondata di indignazione. Lo stesso giocatore, in serata, è corso ai ripari attraverso i social network, ammettendo di aver visto le riprese solo a partita conclusa e presentando le sue scuse "a chiunque si sia sentito offeso", in una mossa che, seppur doverosa, non cancella la gravità dell'accaduto.
Il nodo cruciale del Codice di Giustizia Sportiva
Proprio la chiarezza di quelle immagini, tuttavia, si scontra con un muro normativo che rischia di rendere vana ogni azione disciplinare. Come riportato, infatti, il Codice di Giustizia Sportiva della FIGC stabilisce dei paletti ben precisi sull'utilizzo del materiale audiovisivo a fini sanzionatori. In sostanza, le riprese televisive non possono essere impiegate per contestare episodi che l'arbitro, o i suoi assistenti, avrebbero potuto vedere e valutare direttamente in quel momento, a meno che non si tratti di fatti di una gravità eccezionale e che siano sfuggiti del tutto all'occhio del direttore di gara e dei suoi collaboratori. Un principio, questo, che mira a preservare l'autorità dell'arbitro in campo ma che, in casi come quello in esame, apre a un paradosso evidente: l'evidenza mediatica più schiacciante diventa giudiziariamente sterile.
La posizione dell'arbitro e il silenzio del Var
Nella specifica circostanza, l'arbitro Daniele Doveri – coadiuvato dal VAR, il cui intervento è tecnicamente limitato a situazioni di gioco come fuorigioco, falli da rigore, espulsioni dirette e scambi di identità – non ha ritenuto di dover prendere provvedimenti disciplinari sul momento, limitandosi a riprendere verbalmente i due giocatori per l'acredine dello scambio. Una dinamica, questa, che rende ancor più complesso ipotizzare un successivo ricorso alla cosiddetta "prova tv" da parte del Giudice Sportivo, il quale si troverebbe a dover valutare se gli insulti, per quanto gravi, costituiscano quel livello di gravità eccezionale e totalmente occulto che superi il limite imposto dal regolamento. Un confine interpretativo che sarà al centro della valutazione delle autorità competenti.
Le conseguenze immediate e il dibattito innescato
La situazione, dunque, resta in una zona d'ombba procedurale. Da un lato, la reazione pubblica e mediatica è stata immediata, con le immagini che hanno sollevato un ampio dibattito sui confini della competitività e sul rispetto tra avversari; dall'altro, il sistema disciplinare appare legato a vincoli che potrebbero impedire una sanzione esemplare, lasciando la materia nelle mani di una valutazione tecnico-giuridica sulla "visibilità" dell'episodio per l'arbitro. Resta il fatto che, al di là degli eventuali provvedimenti sportivi, l'episodio ha già avuto un suo peso specifico nell'opinione pubblica, ponendo ancora una volta l'accento sul linguaggio utilizzato in campo e sulla sua pericolosa deriva quando travalica la contestazione agonistica per diventare offesa personale e gratuita.




