Aouani, il ragazzo di bronzo di Ponte Lambro che sogna correndo
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Redazione Sport
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Magnifico, l’ingegnere civile Iliass Aouani, che ha conseguito la laurea e il master negli Stati Uniti d’America dopo aver abbandonato il Politecnico di Milano perché, semplicemente, non vi si trovava. La sua filosofia, che mescola la precisione scientifica alla spiritualità più pura, si riassume in una frase: «Io medito quando corro». Un approccio che, forse, potremmo invidiargli tutti, soprattutto dopo averlo visto progettare e realizzare la sua corsa perfetta nella calura opprimente di Tokyo, dove si è sciroppato 42 chilometri e 195 metri per entrare nello stadio, voltarsi a controllare gli avversari e conquistare il bronzo mondiale in 2h09’53”, in quella che è stata la prima maratona della storia decisa soltanto dal fotofinish.
Un trionfo per un soffio, appunto, che ha scritto una pagina di sport incredibile. Alphonce Felix Simbu, giunto al traguardo con gli occhi spalancati e la testa alta, sembrava quasi sorpreso dalla forza della storia che gli veniva incontro; alla sua sinistra, Amanal Petros, con il corpo ormai scomposto nello sforzo e le braccia larghe in una posizione di arresa, tentava un estremo allungo. Appare come un controsenso arrivare così, uniti, dopo un’intera maratona, eppure sono stati soltanto tre centesimi di secondo a dividerli, un tempo infinitesimale durante il quale hanno potuto percepire i reciproci rantoli, le variazioni del respiro, la paura e la ferocia dell’ultimo, decisissimo metro.
Quella medaglia, che segna anche il nuovo record italiano di specialità, per Aouani rappresenta molto più di un semplice accostamento di cifre. «Significa che nessun italiano nella storia ha mai corso più forte di me, fa strano detto così», ha commentato, sottolineando come in quel risultato risiedano anni di incessante lavoro e sacrificio. «Anni in cui sono stato testato con il successo e il fallimento, le insicurezze che mi hanno fatto dubitare di essere adeguato per questo sport, gli infortuni che mi hanno mostrato le mie fragilità, la lontananza dalla mia famiglia, la quotidiana sofferenza fisica e mentale».




