Meloni: “Il fango lo vogliono altri”. Ma FdI teme il disimpegno di Mediaset sulla giustizia
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Redazione Interno
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L’intervento a sorpresa del presidente della Repubblica al plenum del Consiglio superiore della magistratura, e quel richiamo secco a tenere l’organo di autogoverno delle toghe fuori dalle “diatribe politiche”, ha rotto un silenzio durato oltre ventiquattr’ore. Giorgia Meloni, intercettata dai microfoni di Sky Tg24, ha scelto di incassare il colpo e di provare a rigirarlo a proprio favore, definendo le parole di Sergio Mattarella non solo “giuste”, ma financo “doverose”. La presidente del Consiglio, pur ammettendo di non aver avuto contatti diretti con il Colle dopo quella riunione – l’ultimo incontro risaliva alla sera precedente, in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi – ha fatto proprio l’appello alla terzietà dell’istituzione. E lo ha fatto, inevitabilmente, con una stoccata alle opposizioni, accusate di voler trascinare la campagna per il referendum sulla riforma della giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, in una “lotta nel fango” che nulla avrebbe a che fare con il merito dei quesiti -1-5-9.
La strategia del “buon senso” e il fantasma di Renzi
La premier, nel suo ragionamento a tratti quasi didascalico, ha insistito su un concetto che il suo partito, Fratelli d’Italia, sta cercando di martellare da settimane: quella sulla giustizia, ha spiegato, non è una riforma di parte, né tantomeno un plebiscito sul suo esecutivo. “È una semplice riforma di buon senso”, ha ripetuto, che servirebbe a liberare i magistrati “dal giogo delle correnti” e a garantire che, in caso di errore, questi vengano giudicati da un organismo terzo -5. La preoccupazione, però, che trapela dai corridoi di via della Scrofa e dalle riunioni informali dei colonnelli del partito, è quella di una campagna referendaria che non riesca a decollare al di fuori delle aule di tribunale e dei circoli forensi. I numeri raccontati da alcuni sondaggi, compresi quelli di YouTrend e Swg, dipingono uno scenario in bilico: il margine del Sì, che fino a poche settimane fa appariva rassicurante, si è assottigliato fino a ridursi a un testa a testa, con una quota di indecisi – intorno al 25 per cento – che potrebbe rivelarsi decisiva -6. L’asticella, insomma, si è alzata, e nell’aria si respira la stessa cautela che accompagnò, con ben altri esiti, la campagna renziana del 2016. Da qui l’insistenza quasi maniacale di Meloni nel ripetere che il 22 e 23 marzo “non si vota sul governo”, un tentativo evidente di depotenziare la carica politica della consultazione per evitare che si trasformi in un boomerang -2.
Il nodo Mediaset e l’incognita dell’informazione
Se la macchina organizzativa del partito, temprata da anni di opposizione e da una struttura capillare che molti invidiano alla sinistra, è pronta a scendere in campo, ciò che alimenta il nervosismo in casa Fratelli d’Italia è un’altra variabile, forse meno controllabile: il sostegno mediatico. Le speranze del partito, in questo senso, guardano con interesse a Marina Berlusconi e al ruolo che il gruppo Mediaset potrà giocare in queste settimane calde. L’auspicio, mai dichiarato ma palpabile negli umori di chi frequenta i piani alti del partito, è che le televisioni del Biscione evitino un sostanziale disimpegno sulla materia giustizia, magari per non intaccare la sacralità degli ascolti o per non esacerbare un fronte, quello dei magistrati, già particolarmente irritato -3. La linea editoriale, in passato, aveva mostrato aperture al garantismo più popolare, con richiami ai casi Tortora e alle ingiuste detenzioni, ma la timidezza mostrata in questa fase iniziale della campagna non è passata inosservata. La sensazione, per i meloniani, è che senza una spinta decisa da parte dell’informazione mainstream, la battaglia per portare gli elettori alle urne diventi in salita, specialmente in un Mezzogiorno dove la mobilitazione è storicamente più complessa -2-3.
La grancassa del No e il campo largo dei magistrati
Dall’altra parte della barricata, intanto, il fronte del No si prepara a fare quadrato. L’Associazione nazionale magistrati, forte del richiamo presidenziale al rispetto delle istituzioni, sta organizzando la controffensiva, cercando di portare il dibattito sulle presunte criticità della riforma Nordio, quella che separa le carriere e che, secondo i suoi oppositori, minerebbe l’unitarietà della giurisdizione. Le piazze e le aule gremite di avvocati, unite alla capacità di mobilitazione di alcune frange del sindacato guidato da Maurizio Landini, potrebbero rappresentare un contraltare poderoso alla macchina del consenso di Palazzo Chigi. Meloni, consapevole del rischio, prova a delimitare il campo, sostenendo che chi vuole trascinare la discussione nel “fango” è semplicemente chi non ha argomenti per difendere lo status quo -1-5. Ma la verità, nuda e cruda che emerge dai colloqui con i big del partito, è che la paura di una débâcle o, peggio ancora, di un risultato poco chiaro che apra crepe nella maggioranza, è destinata a crescere con l’avvicinarsi della data fatidica. E mentre il governo si affida al “buon senso” popolare, dentro Fratelli d’Italia si moltiplicano le riunioni per studiare la cartina geografica del consenso, consapevoli che ogni voto, in questa tornata, peserà come un macigno sul prosieguo della legislatura -2-10.




