Moschea a Mestre, tensione e politica: il progetto della comunità bengalese finisce in Regione
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Redazione Interno
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La comunità bengalese di Mestre insiste per ottenere uno spazio dignitoso per il culto, e la vicenda, dopo l'increscioso episodio di venerdì scorso al parco Piraghetto, si arricchisce di nuovi capitoli politici e giudiziari. Prince Howlader, presidente dell'associazione "Giovani per l'umanità", ha ribadito con fermezza l'obiettivo di realizzare una moschea che sia un luogo di preghiera adeguato, dopo che la preghiera collettiva all'aperto è stata disturbata dallo youtuber Simone Carabella, il quale ha provocato i circa 200 fedeli presenti con gesti e parole di chiara matrice islamofoba.
L'incursione e la reazione della comunità
L'episodio, che ha visto Carabella esibire un panino con la mortadella e intonare l'inno di Mameli per sovrastare il rituale, ha suscitato sdegno e preoccupazione. Il rappresentante della comunità ha sporto denuncia, come confermato dall'imam Arif Mahmud del centro culturale Ittihad, e il sindaco di Venezia Simone Venturini ha condannato duramente il comportamento dell'influencer, definendolo una provocazione irresponsabile e inaccettabile, estranea al diritto di informazione e finalizzata unicamente a raccogliere consensi sui social.
Le frizioni istituzionali e il nodo urbanistico
Al di là dell'accaduto, il progetto per la moschea nell'area dell'ex segheria di via Giustizia si scontra con il muro del Comune, che al momento nega le condizioni per un via libera, citando la necessità di un percorso di integrazione più compiuto. Sul fronte legale, la Cassazione ha recentemente respinto il ricorso dei musulmani, mettendo fine a una querelle iniziata nel 2023 con la trasformazione di un ex supermercato di via Piave in centro culturale islamico.
L'immobile, di proprietà dell'associazione Ittihad, aveva destinazione commerciale e il Comune ne aveva disposto la chiusura per l'assenza di una modifica urbanistica. Una sentenza del Consiglio di Stato ha ribadito che la libertà di culto è un diritto inviolabile ma deve comunque fare i conti con le normative edilizie e urbanistiche locali.
Ora, la partita si gioca anche in Regione, dove la consigliera di Fratelli d'Italia Laura Besio ha annunciato l'intenzione di portare il caso, mettendo sotto la lente il progetto, la provenienza dei fondi e la gestione dei contributi welfare destinati alla comunità bengalese. Besio ha sottolineato la necessità di regole chiare e trasparenza, inasprendo il confronto dopo che l'europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint aveva già presentato un esposto alla Guardia di finanza sugli aspetti finanziari dell'operazione.
Dalla sua, Howlader ha ribadito la volontà di realizzare l'opera, ricordando come il terreno, che potrebbe tecnicamente ospitare strutture ben più alte, sia stato acquistato per un edificio di soli tre piani.
Il braccio di ferro si intreccia così con le divisioni interne alla stessa comunità bengalese, composta da persone arrivate in Italia negli anni '90 con figli ormai adulti e integrati nel tessuto sociale, tra commercianti, magazzinieri e professionisti. In questo scenario, le richieste di uno spazio di culto dignitoso si scontrano con le rigidità del quadro normativo e con le accese tensioni politiche che caratterizzano il dibattito pubblico locale.
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