Moschea a Mestre, la comunità bengalese minaccia lo sciopero: «Se si fermano i lavoratori, si blocca Fincantieri»
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Redazione Interno
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La tensione intorno al progetto per la realizzazione di un centro di culto islamico nell'area dell'ex segheria di via Giustizia, a Mestre, è esplosa in uno scontro aperto tra la comunità bengalese e il neosindaco di Venezia, Simone Venturini.
Dopo il dietrofront dell'amministrazione comunale, che ha negato le condizioni per avviare l'iter autorizzativo, i rappresentanti della comunità hanno alzato il tiro, annunciando una mobilitazione che potrebbe assumere le forme di manifestazioni di piazza e di uno sciopero generale, con conseguenze potenzialmente pesanti sul tessuto economico della città e della terraferma.
Il presidente dell'associazione "Giovani per l'Umanità", Prince Howlader, è stato categorico: se non arriverà il via libera, la comunità è pronta a paralizzare settori chiave come il turismo e la cantieristica navale, a cominciare dallo stabilimento Fincantieri di Marghera.
Il nodo della variante urbanistica e la replica del sindaco
Il progetto della comunità, che conta ormai circa ventimila presenze di fede islamica secondo stime non ufficiali, prevede la trasformazione di un'area a destinazione commerciale in un "luogo di culto". Un passaggio che richiede una variante urbanistica, una facoltà che spetta al consiglio comunale e che, come sottolineato dallo stesso Venturini, non costituisce un diritto automatico. Il sindaco ha definito il progetto "faraonico" e "non urbanisticamente compatibile", sottolineando come, a suo avviso, non ci siano le condizioni sociali per procedere.
La sua posizione, ribadita in più occasioni, è chiara e lega qualsiasi possibile apertura a un percorso di integrazione che, secondo l'amministrazione, la comunità bengalese non avrebbe ancora compiuto pienamente. Un'integrazione che, per il primo cittadino, passa dal rispetto delle regole di convivenza, dalla gestione dei rifiuti e dal decoro urbano, fino al tema più delicato del ruolo e dell'integrazione delle donne, passando per l'apprendimento della lingua italiana.
La replica della comunità e la memoria del passato
Dall'altra parte, la comunità respinge al mittente le accuse, rivendicando il proprio ruolo attivo nella società e nell'economia locale. Howlader ha ricordato come i lavoratori bengalesi costituiscano una colonna portante di settori fondamentali come la ristorazione e l'ospitalità turistica, oltre a essere impiegati in grandi complessi industriali come Fincantieri. Uno sciopero, insomma, non sarebbe una minaccia a vuoto.
Ma la polemica si infiamma anche sul metodo: la comunità sostiene che il dialogo con il Comune vada avanti da almeno tre anni e che l'area di via Giustizia fosse stata indicata come possibile sede per un centro di preghiera già dall'allora sindaco Luigi Brugnaro, durante la cui amministrazione sarebbero state recepite indicazioni per ridimensionare il progetto, rinunciando a cupole e minareto. L'accusa, quindi, è quella di una politica del rinvio e di una "presa in giro" che avrebbe caratterizzato anche il recente passato elettorale.
Muro contro muro, con un'eccezione
La posizione del sindaco Venturini è netta: nessun tavolo di confronto finché non si vedranno passi avanti concreti sul fronte dell'integrazione, che appare ancora lontana. Un discorso che lo stesso Venturini ha esemplificato citando l'abbandono dei rifiuti e il velo integrale indossato da alcune donne, segnali di una distanza culturale che andrebbe colmata.
Una presa di posizione che ha trovato un'eco, seppur con toni diversi, anche all'interno della stessa comunità, dove alcuni imprenditori hanno chiesto al Comune di riconoscere la necessità di spazi di preghiera, ma hanno preso le distanze da un linguaggio troppo conflittuale. In parallelo, sono arrivate voci a chiedere una mediazione, come quelle del Patriarca Francesco Moraglia e della CGIL, che hanno invitato le parti a riaprire un dialogo costruttivo per scongiurare un' escalation.
La comunità bengalese, dal canto suo, ha già annunciato che non intende cedere e che, oltre alle proteste, è pronta a intraprendere azioni legali, non escludendo un appello al presidente della Repubblica.
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