Moschea di Mestre, il welfare del Comune di Venezia per i bengalesi costa 4 milioni l'anno
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Redazione Interno
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«Un impegno non solo economico, ma anche organizzativo e professionale»: con queste parole l'assessore alla Coesione sociale del Comune di Venezia, Ermelinda Damiano, ha commentato la cifra che l'amministrazione stanzia ogni anno per il welfare della comunità bengalese.
Una somma che, secondo le proiezioni elaborate per il 2026, supera i 4 milioni di euro, comprendendo non solo i trasferimenti diretti ai beneficiari ma anche i costi per l'organizzazione e la gestione dei servizi, le strutture di accoglienza, gli interventi affidati a soggetti esterni e i percorsi di assistenza individualizzati.
Numeri e percentuali dell'utenza
I dati forniti dall'amministrazione comunale dipingono un quadro preciso dell'incidenza dell'utenza bengalese sui servizi sociali del capoluogo lagunare. Il tasso medio di cittadini provenienti dal Bangladesh che usufruiscono delle prestazioni nei settori che vanno dai minori alla disabilità, dal pronto intervento e mediazione al centro antiviolenza, fino al servizio adulti e famiglie si attesta intorno al 18,14% del totale.
Una percentuale che cresce in modo esponenziale in alcuni ambiti specifici, come quello dei servizi scolastici per l'apprendimento della lingua italiana, dove si arriva a toccare il 48,4%, segno che circa un bengalese su due frequenta questi corsi. Significativa anche la quota degli adulti seguiti dal PIM (Pronto intervento mediazione), che raggiunge il 35,4%, e quella relativa ai centri antiviolenza, con il 28,3% per i minori in Case Rifugio e l'11,9% per le donne.
A queste cifre si aggiungono ulteriori 200mila euro, calcolati sulla base di una media di 6 dipendenti a tempo pieno impiegati nell'erogazione e nella gestione dei servizi, portando il totale della spesa a quasi quattro milioni di euro.
Il fronte immobiliare tra acquisti e morosità
Il rapporto della comunità bengalese con il tessuto urbano di Mestre si manifesta in modo evidente anche sul fronte immobiliare, un settore che da oltre vent'anni racconta l'inserimento dei cittadini bangladesi in città. Esclusi di fatto dal mercato delle locazioni, i bengalesi si sono orientati verso l'acquisto di case, un meccanismo che li ha riversati numerosi tra gli studi delle agenzie immobiliari, dove rappresentano la fetta più consistente della clientela.
Le richieste riguardano per lo più appartamenti spaziosi, di almeno due o tre stanze per una metratura intorno ai cento metri quadri, con un budget che mediamente si aggira tra i 130 e i 140mila euro. Una tendenza iniziata già dai primi anni del duemila, quando la prima generazione acquistava immobili ricorrendo a mutui che in alcuni casi arrivavano al 110% per acquisto e ristrutturazione, favorita dalla stabilità lavorativa garantita da contratti a tempo indeterminato, spesso in settori come la cantieristica navale o la ristorazione.
Oggi la situazione è cambiata, con un tetto massimo per i mutui che sfiora il 90% e garanzie bancarie che richiedono contratti stabili e una disponibilità di circa ventimila euro sul conto corrente. A fronte di ciò, i bengalesi continuano a fare da traino per il mercato immobiliare mestrino, concentrandosi nelle zone centrali e ben collegate, come Corso del Popolo, via Piave e Marghera, e ricorrendo talvolta anche alle aste giudiziarie per acquistare a prezzi più accessibili.
Un fenomeno che ha portato in alcuni condomini a una presenza bengalese talmente predominante da invertire il rapporto con gli italiani, come nel caso di un palazzo di corso del Popolo dove su 24 appartamenti solo 5 sono abitati da italiani. In questo contesto, non mancano però le criticità legate alla gestione condominiale, con frequenti episodi di morosità e mancati pagamenti che in alcuni casi hanno superato i diecimila euro per un singolo inquilino, portando a pignoramenti e al ricorso a investigatori privati per rintracciare i debitori.
Le rimesse e il dibattito politico
Il capitolo delle rimesse verso il Bangladesh aggiunge un ulteriore tassello alla complessa relazione tra la comunità e il territorio. Nel 2025, dalla provincia di Venezia sono partiti verso il paese d'origine 107,908 milioni di euro, una cifra che piazza il Bangladesh al primo posto tra tutti i paesi, staccando di circa 100 milioni il secondo in classifica, le Filippine con 6,773 milioni.
Un flusso di denaro in costante crescita da oltre vent'anni, passato dai 400mila euro del 2005 agli 8 milioni del 2006 fino al record del 2025, alimentato dall'aumento del numero di residenti, dal minor costo delle operazioni digitali e dalla crescita del fatturato delle imprese a gestione straniera, passate da venti a oltre mille dall'inizio del millennio a oggi. Questi numeri sono finiti al centro del dibattito politico cittadino, intrecciandosi con la questione della moschea e dell'integrazione.
Il sindaco Simone Venturini ha sottolineato come la comunità bengalese assorba una buona parte del welfare pubblico e, allo stesso tempo, mandi in patria una quantità ingente di denaro, sollevando interrogativi su un modello che vede da un lato bassi livelli ISEE e ricorso ai servizi sociali, dall'altro ingenti trasferimenti di capitale all'estero.
Un dibattito che ha visto contrapporsi posizioni diverse, con l'ex sindaco Massimo Cacciari che ha difeso il diritto allo sciopero della comunità come risposta lecita a una decisione politica, definendo "pura barbarie" la misurazione dell'integrazione basata su criteri come l'abbigliamento. Nel frattempo, sul progetto della moschea di via Giustizia, è stato presentato un esposto alla Guardia di Finanza da parte dell'europarlamentare leghista Anna Maria Cisint, che ha chiesto verifiche sulla raccolta fondi da circa 20 milioni di euro promossa dall'associazione "Giovani per l'umanità".
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