Viaggiare negli Usa, l’ESTA e cosa sapere prima di partire
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Redazione Esteri
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Negli ultimi mesi, diversi casi di turisti europei detenuti nei centri di immigrazione statunitensi hanno acceso i riflettori sulle politiche di controllo alle frontiere, diventate più rigide dall’insediamento di Donald Trump. Sebbene l’ESTA – il sistema elettronico che autorizza l’ingresso senza visto per soggiorni fino a 90 giorni – continui a essere valido per italiani, tedeschi, britannici e altri cittadini di Paesi aderenti al Visa Waiver Program, le procedure di verifica si sono fatte più stringenti, con conseguenze talvolta imprevedibili.
Uno scienziato francese, per esempio, è stato fermato al confine e rispedito in patria senza spiegazioni dettagliate, mentre due turisti tedeschi e una viaggiatrice britannica hanno trascorso giorni in strutture di detenzione prima di essere rimpatriati. Episodi simili, benché non sistematici, hanno spinto governi come quello tedesco e britannico a diffondere avvisi ufficiali, ricordando che anche chi possiede un’autorizzazione ESTA può essere respinto o trattenuto se sussistono dubbi sulla regolarità della sua posizione.
Le restrizioni, del resto, non riguardano solo l’Europa. Recentemente, Washington ha esteso i divieti d’ingresso a cittadini di Nicaragua, Venezuela e Cuba, oltre a otto Paesi extracontinentali, ampliando una lista che già includeva nazioni come Iran e Siria. Ma è soprattutto l’atteggiamento degli agenti di frontiera – spesso accusati di eccessiva severità – a generare incertezze. Se in passato un biglietto di ritorno e una prenotazione alberghiera potevano bastare per superare i controlli, oggi gli ufficiali immigrazione hanno margine per richiedere ulteriori prove, come estratto conto bancario o itinerari dettagliati, con il rischio di respingere chi non soddisfa ogni richiesta.
Nonostante l’ESTA rimanga uno strumento valido, la sua approvazione non garantisce l’accesso al Paese: la decisione finale spetta sempre agli addetti aeroportuali, che possono negare l’ingresso anche per motivi non immediatamente chiari. Senza contare che errori amministrativi – come omografie o discrepanze minime nei dati anagrafici – hanno già causato disagi a viaggiatori incolpevoli.




