La Lazio ruba i tre punti al Genoa, ma il vero sconfitto è il calcio
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Redazione Sport
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Una vittoria che sa di beffa e un pari meritato finito nel nulla: è questo il bilancio, amaro per chiunque ami il pallone, dell’anticipo di Serie A che ha visto la Lazio imporsi 3-2 sul Genoa solamente allo scadere dei minuti di recupero. Lo spettacolo, che avrebbe dovuto essere rappresentato dalle giocate dei ventidue atleti in campo, è stato invece oscurato, ancora una volta, dalle decisioni prese nella cabina del Var, le quali – è un dato di fatto, non un’opinione – hanno plasmato in modo decisivo l’esito dell’incontro. Dei cinque gol segnati, tre sono infatti nati dal dischetto del rigore, in una sequenza di episodi controversi che hanno interrotto il ritmo della partita e spostato l’attenzione sugli uomini in divisa, piuttosto che su quelli in maglia. Il Genoa, che per ampi tratti ha saputo contendere il campo ai padroni di casa, esce così dall’Olimpico a mani vuote, nonostante una prestazione di carattere e qualità che meritava certamente di più di una sconfitta all’ultimo respiro.
Un campionato distorto dalla tecnologia mal applicata
L’episodio più discusso, quello del rigore concesso ai biancocelesti nei minuti finali e trasformato da Cataldi per il definitivo 3-2, rappresenta l’emblema di una stagione in cui l’intervento tecnologico, nato per ridurre gli errori macroscopici, finisce spesso per generare incertezze ancora più profonde. Si osserva, ormai con frequenza preoccupante, una sorta di sottomissione psicologica dell’arbitro in campo al giudizio di chi sta dietro allo schermo, in un meccanismo che snatura l’autorità del direttore di gara e trasforma ogni potenziale fallo in un’interminabile attesa di verdetto. Il fluire del gioco, la sua bellezza fatta anche di imprecisioni e di giudizi istantanei, viene sacrificato sull’altare di una pretesa perfezione che, nei fatti, non solo non viene raggiunta, ma acuisce le polemiche. Quella che doveva essere un’ancora di salvezza si sta rivelando, in troppe circostanze, un macigno per l’emozione stessa dello sport.
Le dichiarazioni a caldo e il futuro ipotetico
A infiammare ulteriormente gli animi, a partita conclusa, hanno pensato le parole dell’allenatore del Genoa, il quale, seduto nella sala stampa dell’Olimpico, ha lasciato intendere di nutrire la speranza di tornare in futuro su quella stessa panchina, ma dalla parte della capitale. Una dichiarazione che, se da un lato ha il sapore di una sfida lanciata al destino, dall’altro non può che distrarre dall’analisi concreta di una gara il cui risultato è stato profondamente influenzato dalle decisioni arbitrali. Mentre la Lazio, con questi tre punti, aggancia momentaneamente la zona del campionato che potrebbe condurre in Europa, il discorso dovrebbe rimanere focalizzato su quanto accaduto entro i cento minuti di gioco, dove l’equilibrio delle forze in campo è stato alterato da fattori estranei al merito puramente sportivo.
Il pericolo per l’essenza del gioco
Ciò che emerge da serate come queste è un quadro di progressivo allontanamento dallo spirito originario del calcio. Quando il racconto post-partita verte principalmente sulla validità o meno di un rigore concesso al Var, o sul tempo eccessivo speso per analizzare un contrasto al ralenti, si perde di vista il cuore della competizione. Il rischio concreto, e già in parte tangibile, è che il dibattito si sposti permanentemente sulla gestione degli strumenti tecnologici, relegando in secondo piano la tattica, il talento individuale, la fatica e la passione degli atleti. Il risultato finale, quello che rimane nei tabellini, in casi come quello di ieri sera all’Olimpico sembra scritto più da un algoritmo di valutazione delle immagini che dal libero svolgersi dell’azione sportiva, in una deriva che molti addetti ai lavori, e non solo i tifosi più appassionati, cominciano a guardare con crescente preoccupazione.




