Dossena e Davis, razzismo o malinteso? Il difensore del Cagliari respinge l’accusa: “Non è vero nulla”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La pausa delle nazionali, nella stagione in cui il campionato italiano insegue – senza mai davvero agganciarla – quella ritmicità europea capace di regalare spettacolo e intensità, ha lasciato sul piatto un’altra crepa. Non tattica, stavolta, e neppure disciplinare nel senso stretto del termine: una crepa etica, che dal campo si è allargata ai social e ai comunicati ufficiali. Nel recupero del match tra Cagliari e Udinese, terminato 2-0 per i friulani e ormai archiviato per quanto riguarda la classifica, il difensore rossoblù Alberto Dossena e l’attaccante bianconero Keinan Davis sono finiti al centro di una vicenda dai contorni pesantissimi. L’inglese, dopo un acceso faccia a faccia, ha perso la calma al punto da urlare verso l’arbitro Dionisi, chiedendo un intervento che inizialmente non è arrivato. Anzi: il direttore di gara ha prima estratto il giallo per il numero 9 ospite, salvo poi revocarlo immediatamente – si legge nei referti informali – non appena ha compreso il motivo della reazione. Il motivo, per usare le parole di Davis, è una frase che non avrebbe mai voluto sentire: «Quel codardo razzista di Dossena mi ha dato della scimmia».

La replica di Dossena: “Accusa infamante, non fa parte della mia educazione”

La risposta del centrale sardo non si è fatta attendere, e porta la cifra di chi si sente tradito da una ricostruzione che definisce - senza mezzi termini - falsa. «Non è vero nulla», ha scritto Dossena sui propri canali, andando poi a commentare alcuni post Instagram di Davis e del compagno di squadra Nicolò Zaniolo, che aveva mostrato solidarietà all’attaccante. Il difensore, tesserato con il Cagliari e fino a ieri lontano da polemiche di questo tenore, ha parlato di «accusa infamante», aggiungendo che un simile comportamento «non fa parte della mia educazione né della mia storia di calciatore». Nessuna ammissione, nessun tentativo di mediazione: Dossena ha rigettato con forza l’etichetta di razzista, e lo ha fatto senza lasciare spazio a interpretazioni ambigue. La sua linea difensiva, dentro e fuori dal campo, è chiara: lui non ha mai pronunciato quella parola, né alcuna variante riconducibile a un insulto etnico.

La rissa sfiorata e l’intervento tardivo dell’arbitro

La cronaca di quei minuti finali - raccontata da chi era presente sugli spalti dell’Unipol Domus Arena - parla di una tensione palpabile, di spinte e facce a pochi centimetri, con diversi giocatori costretti a dividere i contendenti. Quasi una rissa, insomma, evitata solo dall’arrivo dei capitani e di qualche veterano sceso in mezzo. Karlstrom, capitano dell’Udinese, non ha usato giri di parole al termine del match: «Ci sono stati insulti razzisti, non ho parole». Una dichiarazione secca, che ha di fatto aperto la coda mediatica dopo il triplice fischio. Eppure, proprio questa immediatezza nel giudizio ha spiazzato qualcuno nell’ambiente arbitrale: Dionisi ha dovuto rivedere la sua stessa decisione sul giallo, ammettendo – almeno nei fatti – che la protesta di Davis non era solo nervosismo da fine partita. Resta il fatto che, ad oggi, non esiste alcuna registrazione ufficiale di quanto si siano detti i due calciatori, né un referto che riporti testualmente la frase incriminata.

Un caso destinato agli uffici giudiziari sportivi

Dalla carta dei comunicati stampa alle stanze del giudice sportivo, il passo è breve. L’Udinese ha già fatto sapere di sostenere il proprio attaccante, mentre il Cagliari si è detto certo della buona fede del proprio difensore. Davis, dal canto suo, ha raccontato di aver sentito la parola «scimmia» chiaramente, e di non aver avuto dubbi sul fatto che fosse rivolta a lui. Nessuna prova video o audio indipendente è emersa nelle ore successive alla partita, e questo trasforma il caso in un “lui ha detto, lui ha negato” destinato probabilmente a risolversi nell’unica sede disponibile: quella disciplinare. La Procura Federale, come accade in episodi analoghi, acquisirà i rapporti dell’arbitro e degli assistenti, i quali potrebbero aver sentito o meno l’insulto. In assenza di testimonianze inequivocabili – e in un calcio in cui le querele per diffamazione sono ormai all’ordine del giorno – la parola passerà agli indizi. E gli indizi, in questi casi, pesano quanto un rigore negli ultimi minuti.

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