Giulia Tramontano, la Cassazione rimanda a un nuovo processo l’aggravante della premeditazione per Impagnatiello

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono passati quasi tre anni da quando, nel maggio del 2023, una giovane donna incinta di sette mesi venne trovata senza vita alle porte di Milano, a Senago, ma il labirinto giudiziario intorno alla sua morte sembra destinato a non chiudersi con la semplicità che molti si attendevano. Alessandro Impagnatiello, l’uomo già condannato all’ergastolo in primo e secondo grado per l’omicidio della compagna Giulia Tramontano – lei, al settimo mese di gravidanza, portava in grembo il figlio Thiago – dovrà tornare a sedere sul banco degli imputati in un nuovo processo d’appello, sebbene limitato a un solo, decisivo, capitolo dell’accusa: quello della premeditazione. A decidere il rinvio è stata la Corte di Cassazione, che ha accolto il ricorso presentato dalla procura di Milano, la quale non aveva mai smesso di sostenere che quel femminicidio, consumato con ferocia inaudita, fosse in realtà il tragico epilogo di un agguato lungamente studiato.

Un agguato in piena regola, secondo l’accusa: le 37 coltellate e il veleno per topi

La tesi, riproposta con forza dal procuratore generale nella sua requisitoria davanti ai supremi giudici, si fonda su una sequenza di atti che, nell’immaginario degli inquirenti, escluderebbe qualsiasi possibilità d’improvvisazione. Non si trattò, stando a questa ricostruzione, di un litigio degenerato all’improvviso né di uno slancio d’ira incontrollabile; al contrario, Impagnatiello avrebbe agito con una lucidità agghiacciante, arrivando a somministrare alla compagna del veleno per topi prima ancora di affondarle addosso, per ben trentasette volte, la lama di un coltello. Sono proprio quei trentasette colpi, insieme al tentativo di avvelenamento precedente – una sorta di prova generale di un’eliminazione pianificata – a costituire per la procura la prova regina di un disegno criminoso maturato con calma e consapevolezza, ben lontano dall’istinto cieco che caratterizza un omicidio passionale.

L’appello dello scorso giugno aveva cancellato l’aggravante: ora quel verdetto crolla

Nel giugno scorso, tuttavia, la corte d’appello di Milano aveva compiuto una scelta diversa, rimuovendo l’aggravante della premeditazione dalla condanna che pure confermava l’ergastolo per il reato di omicidio volontario. Fu una decisione che lasciò interdetti molti osservatori, perché in sostanza si diceva: Impagnatiello ha ucciso, e lo ha fatto in modo atroce, ma senza quel disegno criminoso che richiede tempo, riflessione e organizzazione; senza cioè la capacità di prevedere e volere l’evento letale con largo anticipo rispetto al momento dell’esecuzione. La Cassazione, con la sentenza depositata nelle scorse ore, ha ribaltato questa lettura, ordinando ai giudici del rinvio di riesaminare l’intera vicenda proprio da quel preciso angolo visuale: se vi fu o meno una premeditazione, e se dunque l’ergastolo, già confermato, debba essere arricchito da quella circostanza aggravante che, nel diritto penale italiano, trasforma un omicidio in qualcosa di più simile a una condanna a morte programmata che a un gesto d’impulso.

Un appello bis senza illusioni per la difesa, ma con un’ombra gettata sulla verità processuale

La decisione della Suprema corte, che ha annullato la precedente sentenza limitatamente a questo punto specifico, non mette in discussione la responsabilità penale di Impagnatiello per l’omicidio di Giulia e del piccolo che portava in grembo. L’ergastolo rimane saldo, come una colonna che non cede nonostante le scosse telluriche delle impugnazioni. Ma l’apertura di un nuovo grado di giudizio – un appello bis – significa che i giudici della corte distrettuale dovranno nuovamente ascoltare testimonianze, rileggere atti, e soprattutto confrontarsi con quella mole di indizi circostanziali (i messaggi, i movimenti dell’imputato nei giorni precedenti, le ricerche su internet, i tentativi di disfarsi del ) che la procura di Milano aveva sempre letto come frammenti di un unico, terribile mosaico preordinato. Per la famiglia Tramontano, che da allora vive nella sorda disperazione di chi ha perso due vite in una sola notte, questo nuovo passaggio giudiziario rappresenta un’altra attesa, un altro esame di una ferita che non vuole rimarginarsi. Per Impagnatiello, invece, è l’occasione – remota, vista la solidità della condanna di base – di vedere riconosciuta una diversa qualificazione giuridica del suo gesto, anche se la sostanza della pena non cambierebbe. La corte d’appello di Milano, a questo punto, dovrà sciogliere l’ultimo nodo di una cronaca nera che, a distanza di anni, continua a mostrare nuove crepe nelle sue certezze giudiziarie.

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