Femminicidio Tramontano, la Cassazione riapre il nodo della premeditazione per Impagnatiello
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il delitto di Senago, consumato in quel lontano 27 maggio 2023 tra le mura di un appartamento che avrebbe dovuto essere il rifugio domestico di una famiglia in formazione, torna a interrogare i giudici della prima sezione penale della Suprema Corte. Questi ultimi, accogliendo il ricorso presentato dalla Procura generale di Milano, hanno infatti disposto un nuovo giudizio d’appello – il cosiddetto “appello bis” – limitatamente a un aspetto centrale della vicenda giudiziaria che vede Alessandro Impagnatiello già ristretto al regime del carcere duro: il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione, caduta invece nel verdetto di secondo grado dello scorso giugno. Un’ombra, quella della pianificazione lucida, che aleggiava già nelle prime ricostruzioni investigative, quando emerse la sequela di violenze che portarono alla morte di Giulia Tramontano, una giovane di 29 anni al settimo mese di gravidanza del figlio che avrebbe chiamato Thiago.
Le 37 coltellate e il veleno: gli elementi che riaccendono l’aggravante
Nel ricostruire la dinamica per i supremi giudici, il rappresentante dell'accusa ha insistito su un quadro probatorio che, a suo avviso, tradisce l’improvvisazione per lasciare spazio a una volontà omicida maturata nei giorni precedenti l’aggressione. Non si trattò, secondo questa lettura, di un raptus incontrollato né di una lite degenerata all’improvviso. Le prove a sostegno di tale tesi – e che avevano portato all’ergastolo anche in primo grado – includono la somministrazione di veleno per topi alla vittima, un tentativo chimico di eliminazione fallito che avrebbe preceduto l’uso dell’arma bianca. Furono trentasette le coltellate inferte al di Giulia, una quantità tale da escludere, per la procura generale, qualsiasi margine per la tesi dell’eccesso o dell’atto impulsivo. È proprio questo il crinale giuridico sul quale si giocherà il nuovo processo: distinguere, come ha tentato di fare il giudice Valerio De Gioia nel programma “Ignoto X” condotto da Pino Rinaldi, tra una semplice “preordinazione” (ovvero la predisposizione dei mezzi) e una più solida “predeterminazione” (il fermo proposito di uccidere, maturato a freddo).
L’ergastolo non si tocca, ma il regime della pena potrebbe cambiare
È cruciale notare come la decisione della Cassazione non intacchi la conferma dell’ergastolo, che rimane saldo dopo le prime due sentenze di merito. Impagnatiello, l’ex barman che era il compagno della vittima, resterà quindi in carcere a scontare la pena massima. Tuttavia, l’esito dell’appello bis – che dovrà tenere conto dell’accoglimento del ricorso – avrà conseguenze rilevanti sulla qualificazione giuridica del fatto: se la premeditazione venisse riconosciuta, cadrebbe l’ultimo ostacolo a una visione del delitto come “agguato” o “omicidio organizzato”, come è stato sostenuto in aula. Una distinzione che, pur non allungando la pena (essendo già l’ergastolo il massimo edittale), ne irrigidisce i presupposti ostativi per eventuali benefici penitenziari, legando le mani alla magistratura di sorveglianza in modo ancora più stretto di quanto non faccia già una condanna per omicidio volontario aggravato dai futili motivi o dai rapporti di intimità.
Il vuoto lasciato da Giulia e il peso giudiziario dell’agguato domestico
Sul piano fattuale, la Procura di Milano aveva visto cadere la premeditazione in appello, con i giudici milanesi che avevano ritenuto non sufficientemente provato l’elemento cronologico del “prolungato intervallo temporale” tra la deliberazione e l’esecuzione. La Cassazione, con la decisione odierna, ha invece giudicato lacunosa o troppo restrittiva quella motivazione, imponendo ai giudici del rinvio di rivalutare l’intero mosaico indiziario: le ricerche sul web eventualmente effettuate da Impagnatiello, i suoi movimenti nelle ore antecedenti il 27 maggio, e la convivenza sotto lo stesso tetto con la donna che stava per partorire. I legali della famiglia Tramontano, costituitasi parte civile, hanno accolto la pronuncia come un passo necessario per restituire completezza a un verdetto che non potrà restituire Thiago alla madre, né Giulia ai suoi cari, ma che prova a inchiodare l’imputato alla materialità brutale di un'eliminazione “lucidamente pianificata”.




