La madre di Willy Monteiro: "La violenza distrugge chi la compie"
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Redazione Interno
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“Il perdono è difficile ma è possibile”, ha affermato Lucia Monteiro Duarte, parlando a margine di una mattinata dedicata alla non violenza organizzata nell’aula magna dell’Unint, l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Le sue parole, che hanno toccato i presenti, sono arrivate alla vigilia di una data significativa, il 20 gennaio, che coincide ora con la Giornata del Rispetto e che un tempo segnava il compleanno di suo figlio. Willy Monteiro Duarte, il giovane di origini capoverdiane, perse la vita durante un agguato collettivo la notte del 6 settembre 2020 a Colleferro, un episodio di ferocia che scosse l’opinione pubblica e avviò un lungo iter giudiziario, conclusosi con condanne definitive. La madre, nel suo intervento, ha rivolto un pensiero particolare ai giovani, sostenendo che “far male ad altri distrugge anche chi è violento”, in una riflessione che va oltre la semplice condanna per abbracciare le conseguenze psicologiche e morali dell’aggressore.
Il significato di una giornata nazionale
La Giornata del Rispetto, che si celebra per la seconda volta il 20 gennaio 2026, è stata istituita dal Parlamento italiano con la legge del 17 maggio 2024, normativa che si occupa anche di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyberbullismo. La ricorrenza, come specifica il testo legislativo, vuole essere un momento specifico di approfondimento dedicato al rispetto degli altri, alla sensibilizzazione sui temi della non violenza, sia psicologica che fisica, e al contrasto di ogni forma di discriminazione e prevaricazione. Il ministro Valditara ha di recente invitato tutte le scuole a promuovere iniziative in tal senso, affidando al mondo dell’istruzione un ruolo centrale nella diffusione di questi valori, affinché la memoria di Willy non sia solo un ricordo ma diventi un attivo strumento pedagogico.
Le riflessioni di una madre oltre l’odio
Lucia Monteiro Duarte, con voce ferma nonostante la commozione, ha espresso concetti che evitano semplificazioni. “Io non odio questi ragazzi”, ha detto riferendosi a coloro che causarono la morte del figlio, aggiungendo però di auspicare “che avessero il coraggio di pentirsi”. Il suo ragionamento, profondo e personale, si è spinto a considerare le diverse traiettorie esistenziali: “Si può vivere cercando il bene. Ma si può vivere anche covando la rabbia”. Pur nel dolore lancinante, ha riconosciuto che “i giovani sono una ricchezza”, una risorsa per la società, ma ha anche sottolineato con forza come essi “abbiano bisogno del nostro aiuto”, lanciando un appello implicito alle istituzioni e agli adulti affinché non lascino solide le nuove generazioni nella costruzione del proprio carattere e della propria etica.
La memoria come impegno collettivo
L’evento all’Unint e le celebrazioni previste nelle scuole per il 20 gennaio delineano un percorso che trasforma una tragedia privata in un monito pubblico. La legge che istituisce la giornata, nata dal dibattito parlamentare seguito al fatto di cronaca, rappresenta una risposta istituzionale a un bisogno di significato emerso dalla società. Non si tratta, quindi, soltanto di commemorare una vittima, ma di attivare un meccanismo permanente di educazione e riflessione critica sulla violenza, nelle sue manifestazioni più eclatanti come in quelle più subdole e quotidiane. La storia di Willy, così come la dignitosa testimonianza di sua madre, divengono così elementi costitutivi di un discorso più ampio, che chiama in causa la responsabilità di ciascuno nel costruire relazioni basate sul riconoscimento reciproco.




